Masterpiece: il disagio e il diludendo

Noi telecomari, si sa, non abbiamo tempo per quell’oggetto demodé che sono i libri, impegnate come siamo a districarci nel quotidiano amletico dilemma tra Maria de Filippi e Barbara d’Urso, con un occhio di riguardo per Caterina Balivo e Real Time*.
(* In realtà noi i libri li leggiamo, eccome. Pure troppi, forse. Questa è una pietosa quanto astuta bugia per alimentare lo stereotipo secondo cui chi guarda la tv non legge i libri, e viceversa.)

Immaginate quindi la gioia e la trepidazione quando abbiamo saputo di Masterpiece. Oddio, un talent show sui libri! Potremo imparare chi è Joyce senza doverlo leggere? Citare brani a caso di Proust, mischiandolo con Kafka e Calvino? Discorrere di edizioni brossurate, finalmente elevandoci allo status di radical chic che finora ci è rimasto precluso? Potremmo perfino tramutarci anche noi in provette scrittrici?
Ma che magnifico programma vintage! Che bellezza! Eravamo già pronte sul nostro divano, armate di popcorn, stilografica e, per l’occasione, di una bella Moleskine.
Siamo state tristemente deluse.

Stanno ancora scorrendo i titoli di testa che già ci assale il primo dubbio: perché dare un nome in inglese a un programma che sostanzialmente ruota intorno alla lingua italiana? Già questo doveva farci fiutare la truffa, ma noi siamo telecomari ingenue.
E poi la musica incalza (e non lo sappiamo ancora, ma le scelte musicali saranno la parte migliore del programma), è ora di presentare i giudici: De Carlo, De Cataldo e Selasi (che stranamente non ha voluto prendere pure lei il “De” nel cognome), alla ricerca della nuova promessa della letteratura italiana da consegnare al mercato editoriale in 100.000 copie (CENTOMILACOPIE?!) via Bompiani. A introdurre i concorrenti, un po’ defilato rispetto al ruolo che ci aspettavamo, ma in compenso finalmente vestito come si deve e – quasi a invocare l’apocalisse definitiva – addirittura pettinato, c’è Massimo Coppola, già conduttore televisivo e attuale Mr. Isbn. Il quale, va detto, nel ruolo di traghettatore paraculo pare compiacersi non poco.

Già dal primo concorrente capiamo che quello dei giudici sarà un lavoro improbo. Poteva essere un buon momento per invocare lo spirito di Bastianich (e De Carlo talvolta ci prova, gliene diamo atto) con un bel “Questo libro, se lo vede mio cane, ci piscia sobra” – che avremmo condiviso senza fatica, a giudicare dagli stralci dei romanzi letti durante il programma –, invece quelli che dovrebbero essere colloqui coi concorrenti diventano nel migliore dei casi sedute di autoanalisi. Gli stereotipi ci sono tutti: lo scrittore sull’orlo di una crisi di nervi, l’operaia che però dentro è scrittrice tantissimo (un po’ come la protagonista di Flashdance, che era operaia ma dentro era ballerina tantissimo), lo scrittore agé che, grazie alle brillanti doti indagatorie dei giudici, si rivela essere un ex galeotto (una mozione d’ordine per De Cataldo, le cui domande inquisitorie ricordano quelle delle cartomanti nei canali regionali), la wannabe Sophie Kinsella (naturalmente bocciata, per tracciare una linea di discrimine chiara tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è) e naturalmente il beat à la Bukowski, che conquista i giudici dichiarandosi un debole ma che noi avremmo bocciato solo perché usa parole come “localacci” e “ragazzotto”.

Mentre Andrea De Carlo è in preda alla più logorante costipazione, Massimo Coppola fa finalmente onore al suo cognome e si mostra pettinato.

Si affrontano problematiche importanti: la depressione, l’anoressia, il rapporto difficile (ça va sans dire) coi padri, la vita della strada… e noi siamo disorientate, controlliamo di non esserci sedute sul telecomando e aver accidentalmente cambiato canale finendo su un best of del Grande Fratello. I comici devono sempre far ridere, i musicisti devono sempre aver voglia di suonare, e gli scrittori devono per forza essere persone originali e problematiche? Scrittori eccelsi che sono persone noiose, non ce ne sono? Questo ci siamo domandate, davanti alla fiera di casi umani che ci siamo ritrovate davanti. Non vogliamo offendere nessuno, eh: noi, reginette dei casi umani. Ma se l’avessero chiamato Casi umani che accidentalmente scrivono, ci saremmo sentite meno prese in giro.
Alcune perle che ci hanno portato a questa rassegnata amarezza?

Giudice: “Leggo dalla tua scheda che non fai sesso.”
Caso Umano #1 (autore dell’eloquente titolo “L’amore prima di fare l’amore”): “Sì sì, non faccio sesso. Ma immagino molto.”
E si sa che per uno scrittore l’immaginazione è tutto.

Massimo Coppola: “Leggo dalla tua scheda (ma dove le hanno pescate, le domande per ‘ste schede, in un club per scambisti?) che pratichi l’astinenza sessuale.”
Caso Umano #2 (autore di “Nuovo nichilismo solidale”): “Sì, esatto. Un attimo, però: pratico molto la masturbazione, eh.”
E da come parla di Taiye Selasi dopo il colloquio dei giudici, si capisce che la praticherebbe anche subito. Anche se forse il Caso Umano #2 mente, perché non ha un filo d’occhiaie – ma lo scrittore, si sa, è sempre un po’ un bugiardo.

Ora prendete questa fiera dell’est della turba psicologica e portatela nei luoghi più appropriati per loro: un centro sociale e una balera. Sarebbe la prova “della vita vera”, in cui in parole povere li lanciano in situazioni a caso, e cercano di cavarne delle dimostrazioni di qualsivoglia talento narrativo. Ritroviamo così i concorrenti a chiacchierare con ballerini e clandestini, cercando di scavare nelle loro storie. È fondamentale, la balera, per fare letteratura. Non avete letto Per chi suona la bachata di Hemingway?

Non manca neanche il cliché del temuto superospite a tema. Se a Masterchef ti può arrivare all’improvviso uno chef con una costellazione di stelle Michelin tatuate in fronte che ti chiede di preparargli il petto di quaglia caramellato con contorno di patate del Liechtenstein aromatizzate al timo di Anversa in salsa di broccoli mirtillati, a Masterpiece ti sbuca all’improvviso Elisabetta Sgarbi.

Editor in Bompiani, la casa editrice che pubblicherà le centomila copie (CENTOMILACOPIE?!) del romanzo vincitore del programma, Elisabetta Sgarbi è parente proprio di quello Sgarbi lì, precisamente la sorella del ciuffato Vittorio. Del quale però, va detto, è molto più paziente e gentile. È protagonista della prova dell’elevator pitch (di nuovo ‘sto inglese, con un termine rubato al linguaggio delle startup), in cui gli autori devono convincerla a pubblicare il suo libro in un minuto. In ascensore. Un ascensore trasparente che nella notte porta verso la cima della Mole Antonelliana.
L’ansia.
Noialtre avremmo passato i primi 40 secondi chiedendo “A che piano va?” e lamentandoci del tempo che ci fa entrare tutto ‘sto umido dritto nelle ossa.

Livello di tenerezza: Bambi sotto la neve. Da solo. Al buio. Con la batteria dell'iPhone scarica.

Livello di tenerezza: Bambi sotto la neve. Da solo. Al buio. Con la batteria dell’iPhone scarica.

L’incredula Elisabetta ascolta i concorrenti con imbarazzo celato dietro uno sguardo di carfagnesca accondiscendenza, laddove il suo iracondo fratello sarebbe già sbottato in uno dei suoi celebri “Capra! Capra! Capra!”. Per chiarire il dramma umano di Elisabetta Sgarbi, ci siamo permesse di comparare il set di gif animate delle sue espressioni gentilmente offerto dal tumblr della signorina (quasi signora, ormai) Tegamini (che ringraziamo) con ciò che si è dovuta sorbire i concorrenti le hanno raccontato durante la prova dell’elevator pitch.

«...io ho scritto un romanzo che è un grido d'aiuto...»

«…io ho scritto un romanzo che è un grido d’aiuto…»

«...una folla simile a quella del Manzoni...»

«…una folla simile a quella del Manzoni…»

«...c'è un personaggio, la quercia...»

«…c’è un personaggio, la quercia…»

«Questo romanzo per me è l'alienazione, l'emarginazione, è la povertà, la solitudine...»

«Questo romanzo per me è l’alienazione, l’emarginazione, è la povertà, la solitudine…»

«...è il sangue che ho versato su quei fogli di carta, è come il fiume di Apocalypse Now, o di Conrad...»

«…è il sangue che ho versato su quei fogli di carta, è come il fiume di Apocalypse Now, o di Conrad…»

«...la visceralità dell'esistenza che tanto ci confonde.»

«…la visceralità dell’esistenza che tanto ci confonde.»

Dopo un’ora e ventidue che sembrano un’eternità, il risultato è che non ci sentiamo più letterate e radical chic, non abbiamo imparato niente di nuovo e quindi non sappiamo se avremo la forza di seguire un’altra puntata di Masterpiece. Soprattutto, manca l’elemento fondamentale per affezionarsi a un programma: il daytime, quelle pillole quotidiane sull’andamento della gara che alimentano fazioni e litigi e tanto ci fanno affezionare e parteggiare per i vari concorrenti. Ma per il resto, come detto, c’è tutto.
Tranne, per ora, la letteratura.

Perché Sanremo è Sanremo? – Capo

Puntuale e allo stesso tempo imprevedibile, come il carnevale, una nevicata, o il nuovo marito di Brooke, arriva anche nel 2013 l’eterna domanda senza risposta: perché Sanremo è Sanremo? 

Quest’anno, a differenza dello scorso, abbiamo deciso di raccontarvene l’inizio (con relative aspettative delle telecomari) e la fine (quando tireremo anche le somme di quel che c’è stato in mezzo). In un festival che sembra senza capo né coda, il capo e la coda almeno ve li raccontiamo noi.

Si inizia con le voci fuori campo che non possono fare a meno di fare cenni alla politica – della quale, in teoria, non si può parlare, salvo parlare fino allo sfinimento (nostro) del fatto che non se ne possa parlare – più o meno come Luciana Littizzetto per tutta la sera non potrà fare a meno delle sue battute basate sui consueti giochi di tette-culo-walter-iolanda. Apprenderemo poi, dai titoli di coda, che ci sono ben tre autori dietro le sue uscite. Probabilmente un autore per “tette”, uno per “culo” e l’altro per varie ed eventuali, “cacca” incluso.
Sempre proposito della Littizzetto, le va però dato atto di aver fatto un’entrata diversa dal solito: è arrivata in carrozza, come una mozzarella; ma vestita benissimo e con il miglior sorriso d’ordinanza, sfoderando un ottimo saluto regale con la mano a cuppetiéllo.
Ma l’epic fail è dietro l’angolo, e abbiamo subito la conferma che ci troviamo di fronte alla testimonial in incognito di scarpedemmerda. Quando dei tacchi veri, Luciana? Quando delle scarpe che non mortifichino il tuo corpicino minuto e proporzionato? Ecco il primo mistero del Festival.

Un altro mistero è il regolamento di quest’anno. Come sempre, criptico come un discorso di Aldo Biscardi al contrario. Quest’anno si portano in gara due canzoni, una delle quali viene immediatamente eliminata, così che l’artista prosegua la gara con la canzone scelta col televoto. E l’altra canzone? Si butta? Così, dopo tre minuti di gloria? E la crisi? E la sobrietà? E la spending reviù? Ogni volta l’artista canta due canzoni, poi si televota, e poi un superospite arriva ad annunciare quale canzone prosegue la gara. Per questo scopo sono stati raccolti da un secchio i più disparati personaggi della televisione e del cinema e dello sport e della caccia e pesca italiani. Da Flavia Pennetta a Ilaria D’Amico (splendida, splendida sgnacchera con tanto di cervello), passando per Valeria Bilello (eh?) e sportivi raccolti a campione all’uscita delle palestre. Dal portiere della nazionale di pallanuoto al portiere del palazzo dove abita mia zia.
Ma torniamo a parlare di musica, di queste canzoni sprecate e salvate, e canzoni salvate che forse era il caso di sprecare.
Chi vogliamo prendere in giro: Sanremo non è più la festa della musica da anni. Dunque abbiamo deciso di decretare i nostri vincitori in base a criteri del tutto arbitrari come gli abiti che indossano, o meglio – come insegna Carla Gozzi – i loro outfit.

Pertanto, questo festival Simona Molinari non lo vince. Innanzitutto perdonaci, Simona Molinari, se prima di stasera non ti avevamo mai sentito nominare. Sei carina, solare, fresca, spari degli acuti che ci hai fatto tremare i vetri di casa, Simona Molinari, però il fatto di esserti vestita da palla dell’albero di Natale pregiudica la tua corsa alla vittoria del festivallo.

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‘Tis the season to be jolly: fa la la, lalà, lalà, la la

Potremmo premiare Daniele Silvestri, che ha centrato la mise perfetta che ogni uomo dovrebbe avere nel suo armadio per decreto ministeriale.

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Un mondo migliore è possibile

Ma purtroppo anche la figaggine di un completo casual con cravatta sottile e bretelle viene incenerita da un fascio di potentissima luce. Luce fucsia, per l’esattezza. Maria Nazionale non delude mai, figuriamoci a Sanremo. Di quello che canta non abbiamo capito niente, un po’ per le frequenze alte (però i cani li vedevamo belli presi) e un po’ per quel suo peculiare modo di articolare le parole; però al suo travestimento da Barbie Milf non possiamo resistere. La vittoria, per noi, è sua.

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Maria Nazionale: Un po’ Barbie milf, un po’ Big Babolessa. Splendida

Chi perde, invece, è la polemica a tutti i costi e quelli che le prestano la faccia. Sì, stiamo parlando delle contestazioni durante l’esibizione di Maurizio Crozza in versione B.
La storia ci insegna che queste spesso sono cose orchestrate dall’interno (e se non si orchestra a Sanremo, allora dove?). Ma in entrambi i casi, è preoccupante. Perché se è vero, è vergognoso che in un Paese cosiddetto civile non si possa più fare satira come si deve. Se invece è stato tutto preparato a tavolino, è vergognoso che un Paese cosiddetto civile usi come finto pretesto per la rissa delle forme selvagge di censura sapendo di risultare credibile all’esterno. Sapendo che la gente una cosa così la trova del tutto possibile, non sospetta che te la stia inventando per alzare lo share. Quindi, su questa cosa di Crozza, cala pesante in ogni caso la scure del nostro scontento.
Per fortuna un salvatore c’è. Salvatore Cutugno, per la precisione. Detto Toto. Abbiamo speso un sacco di soldi per i conduttori, per la scenografia sponsorizzata dalla Federazione Nazionale dei Produttori di Iuta, con un discorso di pezze stracciate appese e scale che escono fuori all’improvviso dal nulla. Quindi per i superospiti non rimane granché. Ma Toto Cutugno ci ha tenuti svegli. Svegli e con gli occhi sgranati. Svegli e con gli occhi sgranati e la bocca aperta.

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È vero, credetemi, è accaduto

Non avremmo mai pensato di scrivere una frase come questa, ma Toto Cutugno si è esibito con il coro dell’Armata Rossa. Ci piacerebbe saper trovare le parole adatte a raccontare questo evento storico della televisione mondiale, ma siamo certi che nemmeno lo scrittore più bravo di sempre ci riuscirebbe, figuriamoci noi.
Perciò, così, percosse e attonite, ci aiutiamo con le immagini. Voi aiutatevi con dei sali.

Noi lasciamo andare il baraccone ancora un po’. Ci risentiamo dopo la finale. Intanto c’è Al Bano.

Ms. Conclusion

Emanuele Filiberto, un artista a tutto tondo

L’anno da poco concluso ci ha regalato grandi soddisfazioni, catodicamente parlando. L’era del digitale ci ha aperto nuovi mondi, e fatto scoprire nuovi personaggi. Ma una delle soddisfazioni più grandi ci è arrivata da mamma RAI, che ci fornisce sempre nuovo materiale per cercare di giustificare le sue pressanti richieste di pagamento del canone. Ci ha provato con un format che sembra partorito da un bambino di nove anni in trip di zuccheri: Pechino Express.
L’idea è questa: viaggiare da Haridwar, India, fino a Pechino usando solo mezzi di fortuna di qualsiasi tipo, con un budget quotidiano di circa due euro a coppia. Poi ovviamente il regolamento prevede tutto un sistema di prove e controprove che già alla seconda puntata ci ha causato copiosa epistassi, ma ce l’abbiamo fatta in nome di un format avvincente, e di concorrenti che non abbiamo potuto fare a meno di amare (Costantino della Gherardesca, “I pizza”, le veline che per farsi aiutare dagli autoctoni non facevano che urlargli “Help we!”…). Ma soprattutto per lui, il conduttore di questo programma che speriamo tanto avrà una seconda edizione: Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria di Savoia, detto Emanuele Filiberto; così, senza cognome. Come Cher.

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Una intensa espressione di Emanuele Filiberto

E proprio come Cher, è un artista a tutto tondo. L’abbiamo visto in veste di opinionista, poi come cantante sul palco di Sanremo (ma prima ancora qui), e persino come attore, nell’ultimo cinepanettone della storia del cinema.
Così mamma RAI ha deciso di dargli uno show in prima serata, e lui non ci ha delusi. Ce ne siamo impipati bellamente di X Factor (ok, tranne una volta, ma la vita delle Telecomari è difficilissima), e ogni giovedì siamo rimasti rapiti dai grandi occhi lumacati di inconsapevolezza di Emanuele Filiberto, dalla sua capacità di recitare male anche un “Siete pronti ad affrontare questa nuova prova?”, dalla coerenza con cui spiegava un regolamento incomprensibile in modo incomprensibile, rendendo giustizia allo scopo del programma, che era chiaramente confondere lo spettatore e liberarsi fisicamente dei concorrenti smarrendoli tra India, Cina, e prigioni di massima sicurezza.

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Emanuele Filiberto comunica con i concorrenti di Pechino Express,
ma la sua intensità si percepisce anche via radio.

Sopravvissuto non si sa come a quest’avventura, il nostro eroe si cimenta in un ruolo in cui l’avevamo visto già qualche anno addietro: il testimonial pubblicitario. Niente olive e paesaggi idilliaci, stavolta, ma sesso, droga e rock ‘n’ roll. La droga in questione è il fumo, ed Emanuele Filiberto è il testimonial di una sigaretta elettronica, che dovrebbe aiutare a smettere.
Lo spot è davvero audace: allontanate i bambini dalla stanza. Potrebbe venirgli voglia di iniziare a fumare.

Quest’uomo ha fumato per vent’anni: tosse, divieti, freddo… poi smette, e arriva la gnocca. Tanta, maledetta, e subito. Il concetto fondamentale dietro questo prodigio della scienza non è trovare un aiuto per smettere di fumare, ma un aiuto per accoppiarsi di più. Non basta smettere di fumare per avere una vita sessuale più appagante, no: devi fare come fa lui. Devi fumacchiare un pennarello e sederti a un tavolo già ben fornito di materia prima. Emanuele Filiberto, nella sua innocenza di sangue blu, al sesso non ci pensava neanche: lui era felice perché gli avevano dato un pennarone fumante e una cena a base di pesce. Poi la signorina gli ricorda il celeberrimo legame tra le sigarette elettroniche e i rapporti sessuali e lui dice “Ok”. Che avreste fatto, voialtri?
Gli altri astanti, ovviamente, ridono, ma a lui non importa, perché ormai quel “…più sesssso” sibilato dalla biondina per lui equivale a una promessa (e ciao ciao signora di Savoia). Anche se lui alla fine un po’ compromette tutto, dicendo che la bionda più sexy è proprio lei, la sigaretta elettronica. Insomma, l’autore novenne strafatto di zuccheri ha colpito ancora.

Ms. Conclusion

N.d.Telecomari: Troviamo comunque encomiabile da parte di Emanuele Filiberto prestare il suo volto in favore di prodotti che aiutino – in un modo o nell’altro – a contrastare il fumo (no, non stiamo parlando ancora delle olive).

Il mondo (de paura) di Csaba

Ormai in tv è costantemente “ore pasti”. Antonella Clerici, facci spazio. Benedetta Parodi, levati.
È arrivata un’orda di programmi televisivi pieni di fornelli, padelle, teglie imburrate, soufflé, vol au vent, tartufon e c’est si bon.
Cercheremo di raccontarvi quanto più possibile di questo nuovo genere televisivo, e cominceremo con lei: Csaba Dalla Zorza. Anche perché, se non ne parlassimo, ci sentiremmo terribilmente in colpa.
Perché Csaba lo sa. Csaba ti vede, ti osserva e ti giudica (un cafone). Csaba sente se tu i suoi insegnamenti non li ascolti. Lei ti vede, coi gomiti sul tavolo, brutto bifolco. Lei, Csaba Dalla Zorza, lo sa se tu le uova sode le tieni a bollire un minuto più del necessario. Cafone.
Non verrà mai, lei, a darti del cafone a casa tua, ça va sans dire. Ha studiato in Francia, all’Accademia Le Cordon Bleu, è chef, scrittrice ed esperta di cura della casa e mise en place (sì, quando apparecchi la tavola, tu ti occupi della mise en place, cafone). Come può, una creatura così raffinata, darti del cafone. Non lo farà. Si limiterà a essere perfetta in ogni movimento, a tirare fuori teglie roventi dal forno senza usare i guanti, a impiattare in pochi secondi le verdure con un senso estetico da far impallidire Coco Chanel e basta: poi vedi tu.

Lei in fondo lo sa, che siamo dei reietti, e ci perdona tutti.

Csaba conduce sul canale Arturo un programma intitolato “Il mondo di Csaba”. Perché il suo è davvero un mondo a parte. Nella tv urlata, chiassosa, con padelle sfrigolanti e tagliatelle di nonne Pine, Csaba arriva leggiadra e vi accoglie a casa sua (senza dire “benvenuti”, ma i cafoni siete comunque voi che non avete portato del vino accendendo la tele) e inizia a raccontarvi i perché e i percome dei piatti che vuole prepararvi oggi.
In tutti i suoi discorsi c’è la Francia. Ogni suo sussurrato e garbato monologo è infarcito di “come dicono in Francia”, “come si usa fare in Francia”, “come ho imparato quando vivevo in Francia”, insomma: grande festa alla corte di Francia!
Mentre Csaba si muove con la grazia di Carla Fracci tra fornelli, frigo, forno e piano di lavoro, ci assale un piccolo dubbio, al quale riusciamo a dare forma solo quando vediamo Csaba tirar fuori dal forno dei pomodori confit. A mani nude. Ma non sarà che Csaba è bionica? Csaba è il Chuck Norris della cucina. Quando Csaba cucina il pesce, la cucina profuma di mughetto di montagna.
Quando l’acqua per la pasta di Csaba inizia a bollire, le bollicine salgono a galla in ordine di grandezza e formano la scritta “Csaba ti amiamo moltissimo”.

Il piccolo Danny Torrance guarda una puntata de “Il mondo di Csaba”, evidentemente preoccupato per la sua mise en place.

Dopo averci preparato pietanze il cui nome non sapremo mai pronunciare, e che non avremo mai il coraggio di toccare per paura che scatti l’antifurto, Csaba ci dedica qualche suo prezioso minuto per una lezione sulla mise en place e il bon ton (non può dire “apparecchiare” e “galateo”. Lei lo dice in francese, “come si usa fare in Francia”).
Noi, sul nostro divano, col tavolino ricolmo di snack, patatine e bicchieri della Nutella con sopra i Puffi, che usiamo per bere bevande gassate di infima qualità, iniziamo a sudare freddo. La mise en place. Come minimo ci vorrà insegnare come apparecchiare la tavola per il presidente degli Stati Uniti.
Ma oggi, dice Csaba, apparecchiamo una tavola informale.
Alé! La so! Informale! Tovagliette all’americana, piatti dell’Ikea, coltello, forchetta, e bicchieri dei Puffi! Sì! Viva i Puffi! Daje Csaba! Escici i Puffi!
Ci fulmina con lo sguardo dalla tv. Uno sguardo pacato, raffinato, privo di emozioni volgari, e con un velo di follia omicida ci fa capire che no, non ci saranno “Puffi”, su questa tavola.
Innanzitutto tovagliette un corno. Stendi una metrata di Fiandra, ché dobbiamo poggiarci su delle porcellane fatte a mano da una vecchina della Provenza, la vecchiètt, come dicono in Francia. I due bicchieri, in modo molto informale, vanno sistemati con una inclinazione di trenta gradi rispetto al piatto. No, non trentuno, trenta. Trenta è più informale.

Csaba ci mostra un indispensabile cazzabbubbolo per una tavola apparecchiata in modo informale.

E poi le posate, senza troppo impegno, perché si tratta pur sempre di una cena informale: coltello, forchetta, forchetta per l’insalata e forchetta per le ostriche.
È vero, credetemi è accaduto: Csaba, per una cena informale tra amici, mette in tavola la forchetta per le ostriche. Le ostriche, un must dei pasti informali tra amici; l’informalité, à le volt, come dicono in Francia.
Non sappiamo ancora se amarla oppure odiarla, Csaba Dalla Zorza. Intanto iniziamo a temerla. E siamo certi di far bene, perché mentre finisce di apparecchiare a bordo piscina, ci dice con nonchalance: “Magari, subito dopo pranzo, potete fare un bel tuffo in piscina”.
Ecco, sì, nel dubbio temiamola molto.

Ms. Conclusion

Accucciàmose un momentido…

Ma chi l’ha detto che la ruota è la più grande invenzione della storia? Via ‘ste ruote! Basta ruote! Hai voluto la bicicletta? E mo levagli le ruote!
L’ideona è dei laboratori Richter. Sì, gli stessi di Enrica, virgola, la maniglia amica.
Si chiama Dual Bike, eccola.


Come testimonia con disarmante chiarezza la signora Angela Vivenza, si può fare sport senza avere voglia di fare sport. Si legge anche sui giornali, che serve fare sport, nella vita. Ma la signora Vivenza proprio non ci ha voglia. Come fare?
Inganna te stesso! Mettiti sul divano e pedala per seicento chilometri! Chi vuoi che se ne accorga? Ignora bellamente l’acido lattico che ti esce dalle orecchie, e pensa che in realtà sei seduto, ehi, seduto sulla tua sedia preferita (a pedalare come se non ci fosse un domani).
Non è come una cyclette, perché la cyclette è a forma di bici, e quindi è come uscire col freddo, con la pioggia…arriviamo a dire che è quasi come andare in palestra, in mezzo a tutti quegli aggeggi infernali, figli – ça va sans dire – del demonio.

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Da sempre, la palestra è fonte di insidie.

E poi, con la cyclette, non ti senti mica “comodamente a casa tua”. Sarai in casa, forse (e pure questo è da vedere), ma comodo senz’altro no. Con Dual Bike usi una sedia, una poltrona, quello che vuoi: dalla tua Luigi XVI preferita, fino a una raffinata Thonet, o alla più dozzinale delle seggiole di paglia. L’importante è mettere la chiappa a proprio agio.
Sistema Dual Bike negli angoli più improponibili di casa tua, come mostra il video esplicativo: al centro esatto del salotto, nell’ingresso, o davanti al televisore mentre la tua famiglia sta cercando di guardare “Chi l’ha visto?”.

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Le mille possibili collocazioni di Dual Bike (comodamente) a casa tua.

Smettila di rubare bici, smontargli il sellino e montargli dei pedali al posto del manubrio! E smettila con marchingegni complicati, pericolosissime uscite di casa o iscrizioni in palestra potenzialmente fatali.
Da oggi per essere in forma ti bastano una sedia e Dual Bike: accucciàmose un momentido, e pedalàmo.

Switch on!

il nuovo mondo di cattivo gusto dischiusosi ai nostri occhi

E così anche da noi è arrivato lo switch-off: si è spento definitivamente il segnale analogico e tutto è passato al digitale. Il pinguino poggiato sul nostro tele lo temeva molto, ma noi ancora di più. Non sapevamo se il segnale sarebbe stato sufficiente a coprire il nostro fabbisogno catodico.
Ci sono voluti un paio di giorni, però, per renderci conto che eravamo stati ampiamente soddisfatti. Un mare di nuovi canali si è aperto dinnanzi ai nostri occhi increduli e sotto i nostri polpastrelli unti. Al di là dei canali che ci permetteranno di fare bella figura alle feste, sfoggiando conoscenze su com’è fatto un oboe, o sulla storia del portinaio albino della sorella della balia di Hitler, o sulla ricetta della torta di cioccolato molecolare e puffbacche del fantabosco, il vero paradiso di una telecomare sono le tv locali. Esse sono anche il vostro paradiso, anche se voi non lo sapete ancora. Affidatevi con fiducia a Tele A, Spazio Tv, Italia 53, il canale Eduardo (con la sua preziosissima gemma Salotto Tolino, di cui avremo modo di parlarvi ancora) e qualsiasi altro canale la risintonizzazione vi riproponga. Non abbiate paura.
E soprattutto, non cambiate canale. Neppure durante la pubblicità. Soprattutto durante la pubblicità.
Prendete questo spot, ad esempio.

Un anziano signore cucina amorevolmente una zuppa di legumi sulla fiamma viva del caminetto. In quella, giunge la sua nipotina – palesemente trentottenne – che però crederemo inossidabilmente piccina in virtù delle trecce. Ella chiede ingenuamente al nonno cosa stia facendo, quand’ecco che scopriamo che il nonno è il sosia vocale di Alberto Lupo. E scopriamo anche che la piccina – a trentotto anni – non conosce i più elementari termini della lingua italiana, come “tradizione”.
La tradizione è quella della famiglia Schioppi, che seleziona da ben quattro generazioni i legumi più genuini… un attimo. La piccina non sa nemmeno cosa voglia dire “genuini”. La famiglia Schioppi dovrebbe investire parte dei proventi delle zuppe in un’enciclopedia. Anche un’Encarta. Pure masterizzata, eh.
Però, seppur ignorante come un cesto di cucuzze, la nipotina apprezza eccome il prodotto del lavoro della famiglia. E ne chiede ancora.
E, a giudicare dalla mole della creatura, alta un metro e novanta in presunta preadolescenza, il nonno l’avrà senz’altro accontentata.
Potrete farne a meno anche voi? Noi no di sicuro.

Mrs. Conclusion

Il segreto dell’eterna giovinezza

Immaginatevi mentre vi svegliate alle sei e trenta del mattino, con i capelli arruffati e gli occhi cisposi, alla disperata ricerca di una tazza di caffè e di un cibo ipercalorico che vi alzi la pressione. Oppure immaginatevi mentre rientrate a casa il venerdì notte, sempre con i capelli arruffati ma con in più il trucco sciolto, dopo una serata di stravizi e gozzoviglie.
In entrambi i casi, troverete il telecomando e accenderete la tv. E nel 90 per cento dei casi vi imbatterete in lei.

Jill Cooper. Che appunto va in onda alle ore più insulse e moleste, con la verve più immotivata di tutto il pianeta (perché sarebbe immotivata alle sei del pomeriggio, figuratevi alle sei di mattina o alle tre di notte) con i suoi mini-show di fitness.
Per voi, simpatici fortunelli che non conoscete Jill Cooper, eccovi una breve descrizione. Immaginate una cavallona che scoppia di salute, coi capelli biondi come Barbie, la voce squillante come Alessandra Mussolini e l’accento di Dan Peterson (anche lei sta da vent’anni in Italia, ma niente: non c’è verso). Immaginate che codesta giovenca del Kansas insista da anni nel voler farvi dimagrire a ogni costo.

Jill Cooper e il suo totem.

Un momento, non ogni costo: in genere il costo varia dai 19.90 € ai 99.90 €, spese di spedizione incluse. Perché Jill è la personal trainer da attrezzo, e gli attrezzi che usa si vendono. E lei ci tiene un sacco. Lei vuole che tu sia magra, che la smetta di tenere il culo sul divano e inizi a sudare sulle molle infernali di Ab Rocket, che ti tiene la schiena in asse mentre ti spacchi di addominali. Capite bene che noi, che sul divano ci viviamo, ci sentiamo punti nel vivo dagli urletti di Jill. Che non si stanca di urlare, di dirci che quell’attrezzo lì ci cambierà la vita, che siamo dei cretini a ostinarci a fare gli addominali come facevano i nostri antenati. Sciocchi, non lo vedete che i vostri antenati sono morti tutti?

Jill Cooper in un momento di relax a casa sua (il divano ce l'ha, ma non lo usa).

Mentre la guardi, e ti chiedi se per caso non sniffi i vapori di Pino Silvestre nelle docce della palestra, per essere così entusiasta di qualsiasi cosa (“Ab Rocket ti sorregge la schiena!”, “Ab Rocket ha tre livelli di intensità!”, “Questo studio ha una porta!”, “Io ho i capelli biondi!”), ti rendi conto che Jill non sta facendo un piegamento che sia uno. Fanno tutto Gina, Pina e Dèboroh, i suoi assistenti. Lei gli va vicino e li incita, ma non si muove…anzi, le leggi negli occhi quella voglia unta di Burger King che probabilmente soddisferà alla fine della registrazione.
E quando tu starai digitando il numero di telefono di Media Shopping perché vuoi degli addominali bellissimi entro luglio, Jill starà ruttando la terza porzione di Onion Rings.

Come tutti i personaggi televisivi di bassa lega, adesso anche Jill ha scritto un libro. Del resto, lo fanno Vespa e Antonella Clerici (anche insieme, ma questi sono altri drammi, che ci riguardano meno), non v’è ragione per cui non lo faccia anche lei.
E quindi eccola, la nuova Bibbia del fitness: Il metodo ANTI-ANTA.

Il segreto dell'eterna giovinezza: il metodo ANTI-ANTA.

Lasciate perdere la ginnastica con le scope e i piegamenti sulle sedie: la partita per restare in forma e sempreggiovani si gioca tra gli sportelli della vostra cucina.
L’anta è un attrezzo pericoloso. Una folata di vento, un movimento inconsulto, e zac!, ci si apre in faccia lasciando indelebili rughe. O viceversa, si chiude all’improvviso su una mano, sul mignolino del piede, e zac!, dolore –> corrucciamento –> rughe.
Le ante sono le migliori amiche delle rughe. Nelle case americane si sta già provvedendo alla loro progressiva e sistematica eliminazione, in favore di più rilassanti cassettiere e sportelli scorrevoli. Avete mai visto armadi con le ante in Sex & the City? Pensateci.
E pensate a Jill Cooper. La notte, invece di cambiare canale, smontate le ante dei pensili della cucina e cominciate anche voi una nuova vita.
Felici, gggiovani e con la mobilia mutilata.