Perché Sanremo è Sanremo? – Capo

Puntuale e allo stesso tempo imprevedibile, come il carnevale, una nevicata, o il nuovo marito di Brooke, arriva anche nel 2013 l’eterna domanda senza risposta: perché Sanremo è Sanremo? 

Quest’anno, a differenza dello scorso, abbiamo deciso di raccontarvene l’inizio (con relative aspettative delle telecomari) e la fine (quando tireremo anche le somme di quel che c’è stato in mezzo). In un festival che sembra senza capo né coda, il capo e la coda almeno ve li raccontiamo noi.

Si inizia con le voci fuori campo che non possono fare a meno di fare cenni alla politica – della quale, in teoria, non si può parlare, salvo parlare fino allo sfinimento (nostro) del fatto che non se ne possa parlare – più o meno come Luciana Littizzetto per tutta la sera non potrà fare a meno delle sue battute basate sui consueti giochi di tette-culo-walter-iolanda. Apprenderemo poi, dai titoli di coda, che ci sono ben tre autori dietro le sue uscite. Probabilmente un autore per “tette”, uno per “culo” e l’altro per varie ed eventuali, “cacca” incluso.
Sempre proposito della Littizzetto, le va però dato atto di aver fatto un’entrata diversa dal solito: è arrivata in carrozza, come una mozzarella; ma vestita benissimo e con il miglior sorriso d’ordinanza, sfoderando un ottimo saluto regale con la mano a cuppetiéllo.
Ma l’epic fail è dietro l’angolo, e abbiamo subito la conferma che ci troviamo di fronte alla testimonial in incognito di scarpedemmerda. Quando dei tacchi veri, Luciana? Quando delle scarpe che non mortifichino il tuo corpicino minuto e proporzionato? Ecco il primo mistero del Festival.

Un altro mistero è il regolamento di quest’anno. Come sempre, criptico come un discorso di Aldo Biscardi al contrario. Quest’anno si portano in gara due canzoni, una delle quali viene immediatamente eliminata, così che l’artista prosegua la gara con la canzone scelta col televoto. E l’altra canzone? Si butta? Così, dopo tre minuti di gloria? E la crisi? E la sobrietà? E la spending reviù? Ogni volta l’artista canta due canzoni, poi si televota, e poi un superospite arriva ad annunciare quale canzone prosegue la gara. Per questo scopo sono stati raccolti da un secchio i più disparati personaggi della televisione e del cinema e dello sport e della caccia e pesca italiani. Da Flavia Pennetta a Ilaria D’Amico (splendida, splendida sgnacchera con tanto di cervello), passando per Valeria Bilello (eh?) e sportivi raccolti a campione all’uscita delle palestre. Dal portiere della nazionale di pallanuoto al portiere del palazzo dove abita mia zia.
Ma torniamo a parlare di musica, di queste canzoni sprecate e salvate, e canzoni salvate che forse era il caso di sprecare.
Chi vogliamo prendere in giro: Sanremo non è più la festa della musica da anni. Dunque abbiamo deciso di decretare i nostri vincitori in base a criteri del tutto arbitrari come gli abiti che indossano, o meglio – come insegna Carla Gozzi – i loro outfit.

Pertanto, questo festival Simona Molinari non lo vince. Innanzitutto perdonaci, Simona Molinari, se prima di stasera non ti avevamo mai sentito nominare. Sei carina, solare, fresca, spari degli acuti che ci hai fatto tremare i vetri di casa, Simona Molinari, però il fatto di esserti vestita da palla dell’albero di Natale pregiudica la tua corsa alla vittoria del festivallo.

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‘Tis the season to be jolly: fa la la, lalà, lalà, la la

Potremmo premiare Daniele Silvestri, che ha centrato la mise perfetta che ogni uomo dovrebbe avere nel suo armadio per decreto ministeriale.

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Un mondo migliore è possibile

Ma purtroppo anche la figaggine di un completo casual con cravatta sottile e bretelle viene incenerita da un fascio di potentissima luce. Luce fucsia, per l’esattezza. Maria Nazionale non delude mai, figuriamoci a Sanremo. Di quello che canta non abbiamo capito niente, un po’ per le frequenze alte (però i cani li vedevamo belli presi) e un po’ per quel suo peculiare modo di articolare le parole; però al suo travestimento da Barbie Milf non possiamo resistere. La vittoria, per noi, è sua.

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Maria Nazionale: Un po’ Barbie milf, un po’ Big Babolessa. Splendida

Chi perde, invece, è la polemica a tutti i costi e quelli che le prestano la faccia. Sì, stiamo parlando delle contestazioni durante l’esibizione di Maurizio Crozza in versione B.
La storia ci insegna che queste spesso sono cose orchestrate dall’interno (e se non si orchestra a Sanremo, allora dove?). Ma in entrambi i casi, è preoccupante. Perché se è vero, è vergognoso che in un Paese cosiddetto civile non si possa più fare satira come si deve. Se invece è stato tutto preparato a tavolino, è vergognoso che un Paese cosiddetto civile usi come finto pretesto per la rissa delle forme selvagge di censura sapendo di risultare credibile all’esterno. Sapendo che la gente una cosa così la trova del tutto possibile, non sospetta che te la stia inventando per alzare lo share. Quindi, su questa cosa di Crozza, cala pesante in ogni caso la scure del nostro scontento.
Per fortuna un salvatore c’è. Salvatore Cutugno, per la precisione. Detto Toto. Abbiamo speso un sacco di soldi per i conduttori, per la scenografia sponsorizzata dalla Federazione Nazionale dei Produttori di Iuta, con un discorso di pezze stracciate appese e scale che escono fuori all’improvviso dal nulla. Quindi per i superospiti non rimane granché. Ma Toto Cutugno ci ha tenuti svegli. Svegli e con gli occhi sgranati. Svegli e con gli occhi sgranati e la bocca aperta.

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È vero, credetemi, è accaduto

Non avremmo mai pensato di scrivere una frase come questa, ma Toto Cutugno si è esibito con il coro dell’Armata Rossa. Ci piacerebbe saper trovare le parole adatte a raccontare questo evento storico della televisione mondiale, ma siamo certi che nemmeno lo scrittore più bravo di sempre ci riuscirebbe, figuriamoci noi.
Perciò, così, percosse e attonite, ci aiutiamo con le immagini. Voi aiutatevi con dei sali.

Noi lasciamo andare il baraccone ancora un po’. Ci risentiamo dopo la finale. Intanto c’è Al Bano.

Ms. Conclusion

Un pensiero su “Perché Sanremo è Sanremo? – Capo

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