Perché Sanremo è Sanremo? – Matia Bazar, Eugenio Finardi, Marlene Kuntz

I Matia Bazar sono evidentemente una setta satanica a sfondo sessuale. Non si spiega diversamente l’impressionante turnazione di voci femminili nella loro lunga e più o meno gloriosa carriera, dall’inarrivabile Antonella “spacca-cristalli” Ruggiero, prima e sempre rimpianta voce dei Matia (i cui acuti sanremesi hanno scombinato l’ecosistema marino della riviera ligure richiamando nel Tirreno balene e delfini da tutto il mondo), a Laura Valente, compagna e poi moglie di Mango, quindi già vittima di pesanti torture musical-psicologiche, fino a Silvia Mezzanotte, rimpiazzata da Roberta Faccani giusto per il tempo necessario a produrre un obbrobrioso album doppio, e poi subito richiamata in forze in tempo per un nuovo Sanremo, il dodicesimo dal loro esordio all’Ariston nel 1977.

I Matia Bazar cambiano le cantanti ma non lo sfondo delle foto

Ma prima di questo turbillon di voci femminili, prima di quel Sanremo 1977, prima addirittura di Antonella Ruggiero, i Matia Bazar erano già stati al Festival sotto mentite spoglie. Si chiamavano J.E.T., facevano una specie di rock progressivo a sfondo social-religioso, una sorta di christian prog ante litteram, e gareggiavano al Festival con l’indimenticato successo Anika na-o. Correva l’anno 1973.

Quello stesso anno, i J.E.T. conosceranno Giancarlo Golzi, batterista in un altro gruppo progressive di dubbio gusto, i Museo Rosenbach, e insieme alla Ruggiero diventeranno Matia Bazar. Insomma, anche dal letame nascono i fior.

Eugenio Finardi è una persona tutto sommato seria, un cantautore con una carriera solida e pochi lati oscuri. “Pochi”, abbiamo detto, non “nessuno”; perché, ci duole ammetterlo, anche lui ha un paio di scheletri nell’armadio.
Forse non tutti sanno che il suo esordio discografico, infatti, è avvenuto a soli nove anni, quando interpretò con l’affettuoso nomignolo di “Gegè” l’innovativa Palloncino rosso fuoco. Inquietante come poche cose al mondo, è infatti stata con tutta evidenza l’ispirazione per le colonne sonore di svariati film di Dario Argento.

Va bene, va bene, all’epoca Finardi era solo un bambino talentuoso che obbediva a mamma e papà… Ma cosa dite, invece, di quel terribile Sanremo 1999, a cui Gegè si presentò cantando Amami Lara, una delle più vergognose canzoni della sua carriera, dedicata (ahinoi) non alla protagonista del dottor Zivago ma all’eroina di Tomb Raider Lara Croft? Non era meglio se piuttosto ci ricantava Palloncino rosso fuoco?

Amami, LaraAmami, Lara

Come se non bastasse, erano gli anni di Ciro – il figlio di Target, programma cult che qualunque telecomare degna di questo nome ricorda, in cui Sabrina Impacciatore interpretava appunto una caricatura della spastica Lara Croft. Potete immaginare com’è andata a finire: Finardi che canta nello scenario sagomato del videogioco, inseguendo un’atterrita Impacciatore al grido di “Amami, amami, Lara!”.
Purtroppo (o per fortuna) non abbiamo testimonianze video dell’evento, ma per fortuna (o purtroppo) ce lo ricordiamo benissimo.

E veniamo ai Marlene Kuntz. I più li conoscono in versione romantica, nel duetto con Skin. I gggiovani li ricordano nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, film culto (tratto dall’omonimo romanzo culto di Enrico Brizzi) nonostante le dimenticabilissime interpretazioni monocordi di Stefano Accorsi e Violante Placido. I nostalgici li amano dagli esordi, quando erano il prototipo dei musicisti cinici e incazzati che le mamme etichettano genericamente come “drogati” (forse neanche a torto, visto il fisique du role di Cristiano Godano).

interpreti di una generazione

In qualunque versione, per i Marlene fatichiamo a trovare qualcosa di indegno nel loro passato, perché hanno hanno sempre mantenuto una loro coerenza nel loro essere fondamentalmente rotti di cazzo del mondo. Anzi, a dire il vero la cosa più indegna della loro carriera potrebbe essere proprio la partecipazione a questo Sanremo: grandi outsider come lo furono al tempo loro i Subsonica, non ci spieghiamo cosa ci vadano a fare all’Ariston, ma speriamo che non replichino la loro stessa fine, toccando col Festival l’apice di una parabola musicale che definire discendente sarebbe un eufemismo.

L’inconfondibile cifra stilistica dei Marlene Kuntz: la joie de vivre

Di certo con l’età i Marlene si sono ammosciati e sicuramente non spaccheranno le chitarre sul palco; ma la loro esibizione rischia davvero di essere uno dei rari momenti di buona musica di questa edizione, specie nel preannunciato duetto di giovedì con Patti Smith. Ma naturalmente aspettiamo di vederlo e ascoltarlo, prima di tirare un sospiro di sollievo.

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