Masterpiece: il disagio e il diludendo

Noi telecomari, si sa, non abbiamo tempo per quell’oggetto demodé che sono i libri, impegnate come siamo a districarci nel quotidiano amletico dilemma tra Maria de Filippi e Barbara d’Urso, con un occhio di riguardo per Caterina Balivo e Real Time*.
(* In realtà noi i libri li leggiamo, eccome. Pure troppi, forse. Questa è una pietosa quanto astuta bugia per alimentare lo stereotipo secondo cui chi guarda la tv non legge i libri, e viceversa.)

Immaginate quindi la gioia e la trepidazione quando abbiamo saputo di Masterpiece. Oddio, un talent show sui libri! Potremo imparare chi è Joyce senza doverlo leggere? Citare brani a caso di Proust, mischiandolo con Kafka e Calvino? Discorrere di edizioni brossurate, finalmente elevandoci allo status di radical chic che finora ci è rimasto precluso? Potremmo perfino tramutarci anche noi in provette scrittrici?
Ma che magnifico programma vintage! Che bellezza! Eravamo già pronte sul nostro divano, armate di popcorn, stilografica e, per l’occasione, di una bella Moleskine.
Siamo state tristemente deluse.

Stanno ancora scorrendo i titoli di testa che già ci assale il primo dubbio: perché dare un nome in inglese a un programma che sostanzialmente ruota intorno alla lingua italiana? Già questo doveva farci fiutare la truffa, ma noi siamo telecomari ingenue.
E poi la musica incalza (e non lo sappiamo ancora, ma le scelte musicali saranno la parte migliore del programma), è ora di presentare i giudici: De Carlo, De Cataldo e Selasi (che stranamente non ha voluto prendere pure lei il “De” nel cognome), alla ricerca della nuova promessa della letteratura italiana da consegnare al mercato editoriale in 100.000 copie (CENTOMILACOPIE?!) via Bompiani. A introdurre i concorrenti, un po’ defilato rispetto al ruolo che ci aspettavamo, ma in compenso finalmente vestito come si deve e – quasi a invocare l’apocalisse definitiva – addirittura pettinato, c’è Massimo Coppola, già conduttore televisivo e attuale Mr. Isbn. Il quale, va detto, nel ruolo di traghettatore paraculo pare compiacersi non poco.

Già dal primo concorrente capiamo che quello dei giudici sarà un lavoro improbo. Poteva essere un buon momento per invocare lo spirito di Bastianich (e De Carlo talvolta ci prova, gliene diamo atto) con un bel “Questo libro, se lo vede mio cane, ci piscia sobra” – che avremmo condiviso senza fatica, a giudicare dagli stralci dei romanzi letti durante il programma –, invece quelli che dovrebbero essere colloqui coi concorrenti diventano nel migliore dei casi sedute di autoanalisi. Gli stereotipi ci sono tutti: lo scrittore sull’orlo di una crisi di nervi, l’operaia che però dentro è scrittrice tantissimo (un po’ come la protagonista di Flashdance, che era operaia ma dentro era ballerina tantissimo), lo scrittore agé che, grazie alle brillanti doti indagatorie dei giudici, si rivela essere un ex galeotto (una mozione d’ordine per De Cataldo, le cui domande inquisitorie ricordano quelle delle cartomanti nei canali regionali), la wannabe Sophie Kinsella (naturalmente bocciata, per tracciare una linea di discrimine chiara tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è) e naturalmente il beat à la Bukowski, che conquista i giudici dichiarandosi un debole ma che noi avremmo bocciato solo perché usa parole come “localacci” e “ragazzotto”.

Mentre Andrea De Carlo è in preda alla più logorante costipazione, Massimo Coppola fa finalmente onore al suo cognome e si mostra pettinato.

Si affrontano problematiche importanti: la depressione, l’anoressia, il rapporto difficile (ça va sans dire) coi padri, la vita della strada… e noi siamo disorientate, controlliamo di non esserci sedute sul telecomando e aver accidentalmente cambiato canale finendo su un best of del Grande Fratello. I comici devono sempre far ridere, i musicisti devono sempre aver voglia di suonare, e gli scrittori devono per forza essere persone originali e problematiche? Scrittori eccelsi che sono persone noiose, non ce ne sono? Questo ci siamo domandate, davanti alla fiera di casi umani che ci siamo ritrovate davanti. Non vogliamo offendere nessuno, eh: noi, reginette dei casi umani. Ma se l’avessero chiamato Casi umani che accidentalmente scrivono, ci saremmo sentite meno prese in giro.
Alcune perle che ci hanno portato a questa rassegnata amarezza?

Giudice: “Leggo dalla tua scheda che non fai sesso.”
Caso Umano #1 (autore dell’eloquente titolo “L’amore prima di fare l’amore”): “Sì sì, non faccio sesso. Ma immagino molto.”
E si sa che per uno scrittore l’immaginazione è tutto.

Massimo Coppola: “Leggo dalla tua scheda (ma dove le hanno pescate, le domande per ‘ste schede, in un club per scambisti?) che pratichi l’astinenza sessuale.”
Caso Umano #2 (autore di “Nuovo nichilismo solidale”): “Sì, esatto. Un attimo, però: pratico molto la masturbazione, eh.”
E da come parla di Taiye Selasi dopo il colloquio dei giudici, si capisce che la praticherebbe anche subito. Anche se forse il Caso Umano #2 mente, perché non ha un filo d’occhiaie – ma lo scrittore, si sa, è sempre un po’ un bugiardo.

Ora prendete questa fiera dell’est della turba psicologica e portatela nei luoghi più appropriati per loro: un centro sociale e una balera. Sarebbe la prova “della vita vera”, in cui in parole povere li lanciano in situazioni a caso, e cercano di cavarne delle dimostrazioni di qualsivoglia talento narrativo. Ritroviamo così i concorrenti a chiacchierare con ballerini e clandestini, cercando di scavare nelle loro storie. È fondamentale, la balera, per fare letteratura. Non avete letto Per chi suona la bachata di Hemingway?

Non manca neanche il cliché del temuto superospite a tema. Se a Masterchef ti può arrivare all’improvviso uno chef con una costellazione di stelle Michelin tatuate in fronte che ti chiede di preparargli il petto di quaglia caramellato con contorno di patate del Liechtenstein aromatizzate al timo di Anversa in salsa di broccoli mirtillati, a Masterpiece ti sbuca all’improvviso Elisabetta Sgarbi.

Editor in Bompiani, la casa editrice che pubblicherà le centomila copie (CENTOMILACOPIE?!) del romanzo vincitore del programma, Elisabetta Sgarbi è parente proprio di quello Sgarbi lì, precisamente la sorella del ciuffato Vittorio. Del quale però, va detto, è molto più paziente e gentile. È protagonista della prova dell’elevator pitch (di nuovo ‘sto inglese, con un termine rubato al linguaggio delle startup), in cui gli autori devono convincerla a pubblicare il suo libro in un minuto. In ascensore. Un ascensore trasparente che nella notte porta verso la cima della Mole Antonelliana.
L’ansia.
Noialtre avremmo passato i primi 40 secondi chiedendo “A che piano va?” e lamentandoci del tempo che ci fa entrare tutto ‘sto umido dritto nelle ossa.

Livello di tenerezza: Bambi sotto la neve. Da solo. Al buio. Con la batteria dell'iPhone scarica.

Livello di tenerezza: Bambi sotto la neve. Da solo. Al buio. Con la batteria dell’iPhone scarica.

L’incredula Elisabetta ascolta i concorrenti con imbarazzo celato dietro uno sguardo di carfagnesca accondiscendenza, laddove il suo iracondo fratello sarebbe già sbottato in uno dei suoi celebri “Capra! Capra! Capra!”. Per chiarire il dramma umano di Elisabetta Sgarbi, ci siamo permesse di comparare il set di gif animate delle sue espressioni gentilmente offerto dal tumblr della signorina (quasi signora, ormai) Tegamini (che ringraziamo) con ciò che si è dovuta sorbire i concorrenti le hanno raccontato durante la prova dell’elevator pitch.

«...io ho scritto un romanzo che è un grido d'aiuto...»

«…io ho scritto un romanzo che è un grido d’aiuto…»

«...una folla simile a quella del Manzoni...»

«…una folla simile a quella del Manzoni…»

«...c'è un personaggio, la quercia...»

«…c’è un personaggio, la quercia…»

«Questo romanzo per me è l'alienazione, l'emarginazione, è la povertà, la solitudine...»

«Questo romanzo per me è l’alienazione, l’emarginazione, è la povertà, la solitudine…»

«...è il sangue che ho versato su quei fogli di carta, è come il fiume di Apocalypse Now, o di Conrad...»

«…è il sangue che ho versato su quei fogli di carta, è come il fiume di Apocalypse Now, o di Conrad…»

«...la visceralità dell'esistenza che tanto ci confonde.»

«…la visceralità dell’esistenza che tanto ci confonde.»

Dopo un’ora e ventidue che sembrano un’eternità, il risultato è che non ci sentiamo più letterate e radical chic, non abbiamo imparato niente di nuovo e quindi non sappiamo se avremo la forza di seguire un’altra puntata di Masterpiece. Soprattutto, manca l’elemento fondamentale per affezionarsi a un programma: il daytime, quelle pillole quotidiane sull’andamento della gara che alimentano fazioni e litigi e tanto ci fanno affezionare e parteggiare per i vari concorrenti. Ma per il resto, come detto, c’è tutto.
Tranne, per ora, la letteratura.

5 thoughts on “Masterpiece: il disagio e il diludendo

  1. Oh mamma… l’aver scelto di liberarmi della tv mi rebde sempre più felice, è un’intima soddisfazione che aumenta col tempo (no, non ha nulla a che fare col caso u-mano #2).

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