Il mondo (de paura) di Csaba

Ormai in tv è costantemente “ore pasti”. Antonella Clerici, facci spazio. Benedetta Parodi, levati.
È arrivata un’orda di programmi televisivi pieni di fornelli, padelle, teglie imburrate, soufflé, vol au vent, tartufon e c’est si bon.
Cercheremo di raccontarvi quanto più possibile di questo nuovo genere televisivo, e cominceremo con lei: Csaba Dalla Zorza. Anche perché, se non ne parlassimo, ci sentiremmo terribilmente in colpa.
Perché Csaba lo sa. Csaba ti vede, ti osserva e ti giudica (un cafone). Csaba sente se tu i suoi insegnamenti non li ascolti. Lei ti vede, coi gomiti sul tavolo, brutto bifolco. Lei, Csaba Dalla Zorza, lo sa se tu le uova sode le tieni a bollire un minuto più del necessario. Cafone.
Non verrà mai, lei, a darti del cafone a casa tua, ça va sans dire. Ha studiato in Francia, all’Accademia Le Cordon Bleu, è chef, scrittrice ed esperta di cura della casa e mise en place (sì, quando apparecchi la tavola, tu ti occupi della mise en place, cafone). Come può, una creatura così raffinata, darti del cafone. Non lo farà. Si limiterà a essere perfetta in ogni movimento, a tirare fuori teglie roventi dal forno senza usare i guanti, a impiattare in pochi secondi le verdure con un senso estetico da far impallidire Coco Chanel e basta: poi vedi tu.

Lei in fondo lo sa, che siamo dei reietti, e ci perdona tutti.

Csaba conduce sul canale Arturo un programma intitolato “Il mondo di Csaba”. Perché il suo è davvero un mondo a parte. Nella tv urlata, chiassosa, con padelle sfrigolanti e tagliatelle di nonne Pine, Csaba arriva leggiadra e vi accoglie a casa sua (senza dire “benvenuti”, ma i cafoni siete comunque voi che non avete portato del vino accendendo la tele) e inizia a raccontarvi i perché e i percome dei piatti che vuole prepararvi oggi.
In tutti i suoi discorsi c’è la Francia. Ogni suo sussurrato e garbato monologo è infarcito di “come dicono in Francia”, “come si usa fare in Francia”, “come ho imparato quando vivevo in Francia”, insomma: grande festa alla corte di Francia!
Mentre Csaba si muove con la grazia di Carla Fracci tra fornelli, frigo, forno e piano di lavoro, ci assale un piccolo dubbio, al quale riusciamo a dare forma solo quando vediamo Csaba tirar fuori dal forno dei pomodori confit. A mani nude. Ma non sarà che Csaba è bionica? Csaba è il Chuck Norris della cucina. Quando Csaba cucina il pesce, la cucina profuma di mughetto di montagna.
Quando l’acqua per la pasta di Csaba inizia a bollire, le bollicine salgono a galla in ordine di grandezza e formano la scritta “Csaba ti amiamo moltissimo”.

Il piccolo Danny Torrance guarda una puntata de “Il mondo di Csaba”, evidentemente preoccupato per la sua mise en place.

Dopo averci preparato pietanze il cui nome non sapremo mai pronunciare, e che non avremo mai il coraggio di toccare per paura che scatti l’antifurto, Csaba ci dedica qualche suo prezioso minuto per una lezione sulla mise en place e il bon ton (non può dire “apparecchiare” e “galateo”. Lei lo dice in francese, “come si usa fare in Francia”).
Noi, sul nostro divano, col tavolino ricolmo di snack, patatine e bicchieri della Nutella con sopra i Puffi, che usiamo per bere bevande gassate di infima qualità, iniziamo a sudare freddo. La mise en place. Come minimo ci vorrà insegnare come apparecchiare la tavola per il presidente degli Stati Uniti.
Ma oggi, dice Csaba, apparecchiamo una tavola informale.
Alé! La so! Informale! Tovagliette all’americana, piatti dell’Ikea, coltello, forchetta, e bicchieri dei Puffi! Sì! Viva i Puffi! Daje Csaba! Escici i Puffi!
Ci fulmina con lo sguardo dalla tv. Uno sguardo pacato, raffinato, privo di emozioni volgari, e con un velo di follia omicida ci fa capire che no, non ci saranno “Puffi”, su questa tavola.
Innanzitutto tovagliette un corno. Stendi una metrata di Fiandra, ché dobbiamo poggiarci su delle porcellane fatte a mano da una vecchina della Provenza, la vecchiètt, come dicono in Francia. I due bicchieri, in modo molto informale, vanno sistemati con una inclinazione di trenta gradi rispetto al piatto. No, non trentuno, trenta. Trenta è più informale.

Csaba ci mostra un indispensabile cazzabbubbolo per una tavola apparecchiata in modo informale.

E poi le posate, senza troppo impegno, perché si tratta pur sempre di una cena informale: coltello, forchetta, forchetta per l’insalata e forchetta per le ostriche.
È vero, credetemi è accaduto: Csaba, per una cena informale tra amici, mette in tavola la forchetta per le ostriche. Le ostriche, un must dei pasti informali tra amici; l’informalité, à le volt, come dicono in Francia.
Non sappiamo ancora se amarla oppure odiarla, Csaba Dalla Zorza. Intanto iniziamo a temerla. E siamo certi di far bene, perché mentre finisce di apparecchiare a bordo piscina, ci dice con nonchalance: “Magari, subito dopo pranzo, potete fare un bel tuffo in piscina”.
Ecco, sì, nel dubbio temiamola molto.

Ms. Conclusion

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Accucciàmose un momentido…

Ma chi l’ha detto che la ruota è la più grande invenzione della storia? Via ‘ste ruote! Basta ruote! Hai voluto la bicicletta? E mo levagli le ruote!
L’ideona è dei laboratori Richter. Sì, gli stessi di Enrica, virgola, la maniglia amica.
Si chiama Dual Bike, eccola.


Come testimonia con disarmante chiarezza la signora Angela Vivenza, si può fare sport senza avere voglia di fare sport. Si legge anche sui giornali, che serve fare sport, nella vita. Ma la signora Vivenza proprio non ci ha voglia. Come fare?
Inganna te stesso! Mettiti sul divano e pedala per seicento chilometri! Chi vuoi che se ne accorga? Ignora bellamente l’acido lattico che ti esce dalle orecchie, e pensa che in realtà sei seduto, ehi, seduto sulla tua sedia preferita (a pedalare come se non ci fosse un domani).
Non è come una cyclette, perché la cyclette è a forma di bici, e quindi è come uscire col freddo, con la pioggia…arriviamo a dire che è quasi come andare in palestra, in mezzo a tutti quegli aggeggi infernali, figli – ça va sans dire – del demonio.

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Da sempre, la palestra è fonte di insidie.

E poi, con la cyclette, non ti senti mica “comodamente a casa tua”. Sarai in casa, forse (e pure questo è da vedere), ma comodo senz’altro no. Con Dual Bike usi una sedia, una poltrona, quello che vuoi: dalla tua Luigi XVI preferita, fino a una raffinata Thonet, o alla più dozzinale delle seggiole di paglia. L’importante è mettere la chiappa a proprio agio.
Sistema Dual Bike negli angoli più improponibili di casa tua, come mostra il video esplicativo: al centro esatto del salotto, nell’ingresso, o davanti al televisore mentre la tua famiglia sta cercando di guardare “Chi l’ha visto?”.

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Le mille possibili collocazioni di Dual Bike (comodamente) a casa tua.

Smettila di rubare bici, smontargli il sellino e montargli dei pedali al posto del manubrio! E smettila con marchingegni complicati, pericolosissime uscite di casa o iscrizioni in palestra potenzialmente fatali.
Da oggi per essere in forma ti bastano una sedia e Dual Bike: accucciàmose un momentido, e pedalàmo.

Switch on!

il nuovo mondo di cattivo gusto dischiusosi ai nostri occhi

E così anche da noi è arrivato lo switch-off: si è spento definitivamente il segnale analogico e tutto è passato al digitale. Il pinguino poggiato sul nostro tele lo temeva molto, ma noi ancora di più. Non sapevamo se il segnale sarebbe stato sufficiente a coprire il nostro fabbisogno catodico.
Ci sono voluti un paio di giorni, però, per renderci conto che eravamo stati ampiamente soddisfatti. Un mare di nuovi canali si è aperto dinnanzi ai nostri occhi increduli e sotto i nostri polpastrelli unti. Al di là dei canali che ci permetteranno di fare bella figura alle feste, sfoggiando conoscenze su com’è fatto un oboe, o sulla storia del portinaio albino della sorella della balia di Hitler, o sulla ricetta della torta di cioccolato molecolare e puffbacche del fantabosco, il vero paradiso di una telecomare sono le tv locali. Esse sono anche il vostro paradiso, anche se voi non lo sapete ancora. Affidatevi con fiducia a Tele A, Spazio Tv, Italia 53, il canale Eduardo (con la sua preziosissima gemma Salotto Tolino, di cui avremo modo di parlarvi ancora) e qualsiasi altro canale la risintonizzazione vi riproponga. Non abbiate paura.
E soprattutto, non cambiate canale. Neppure durante la pubblicità. Soprattutto durante la pubblicità.
Prendete questo spot, ad esempio.

Un anziano signore cucina amorevolmente una zuppa di legumi sulla fiamma viva del caminetto. In quella, giunge la sua nipotina – palesemente trentottenne – che però crederemo inossidabilmente piccina in virtù delle trecce. Ella chiede ingenuamente al nonno cosa stia facendo, quand’ecco che scopriamo che il nonno è il sosia vocale di Alberto Lupo. E scopriamo anche che la piccina – a trentotto anni – non conosce i più elementari termini della lingua italiana, come “tradizione”.
La tradizione è quella della famiglia Schioppi, che seleziona da ben quattro generazioni i legumi più genuini… un attimo. La piccina non sa nemmeno cosa voglia dire “genuini”. La famiglia Schioppi dovrebbe investire parte dei proventi delle zuppe in un’enciclopedia. Anche un’Encarta. Pure masterizzata, eh.
Però, seppur ignorante come un cesto di cucuzze, la nipotina apprezza eccome il prodotto del lavoro della famiglia. E ne chiede ancora.
E, a giudicare dalla mole della creatura, alta un metro e novanta in presunta preadolescenza, il nonno l’avrà senz’altro accontentata.
Potrete farne a meno anche voi? Noi no di sicuro.

Mrs. Conclusion

Il segreto dell’eterna giovinezza

Immaginatevi mentre vi svegliate alle sei e trenta del mattino, con i capelli arruffati e gli occhi cisposi, alla disperata ricerca di una tazza di caffè e di un cibo ipercalorico che vi alzi la pressione. Oppure immaginatevi mentre rientrate a casa il venerdì notte, sempre con i capelli arruffati ma con in più il trucco sciolto, dopo una serata di stravizi e gozzoviglie.
In entrambi i casi, troverete il telecomando e accenderete la tv. E nel 90 per cento dei casi vi imbatterete in lei.

Jill Cooper. Che appunto va in onda alle ore più insulse e moleste, con la verve più immotivata di tutto il pianeta (perché sarebbe immotivata alle sei del pomeriggio, figuratevi alle sei di mattina o alle tre di notte) con i suoi mini-show di fitness.
Per voi, simpatici fortunelli che non conoscete Jill Cooper, eccovi una breve descrizione. Immaginate una cavallona che scoppia di salute, coi capelli biondi come Barbie, la voce squillante come Alessandra Mussolini e l’accento di Dan Peterson (anche lei sta da vent’anni in Italia, ma niente: non c’è verso). Immaginate che codesta giovenca del Kansas insista da anni nel voler farvi dimagrire a ogni costo.

Jill Cooper e il suo totem.

Un momento, non ogni costo: in genere il costo varia dai 19.90 € ai 99.90 €, spese di spedizione incluse. Perché Jill è la personal trainer da attrezzo, e gli attrezzi che usa si vendono. E lei ci tiene un sacco. Lei vuole che tu sia magra, che la smetta di tenere il culo sul divano e inizi a sudare sulle molle infernali di Ab Rocket, che ti tiene la schiena in asse mentre ti spacchi di addominali. Capite bene che noi, che sul divano ci viviamo, ci sentiamo punti nel vivo dagli urletti di Jill. Che non si stanca di urlare, di dirci che quell’attrezzo lì ci cambierà la vita, che siamo dei cretini a ostinarci a fare gli addominali come facevano i nostri antenati. Sciocchi, non lo vedete che i vostri antenati sono morti tutti?

Jill Cooper in un momento di relax a casa sua (il divano ce l'ha, ma non lo usa).

Mentre la guardi, e ti chiedi se per caso non sniffi i vapori di Pino Silvestre nelle docce della palestra, per essere così entusiasta di qualsiasi cosa (“Ab Rocket ti sorregge la schiena!”, “Ab Rocket ha tre livelli di intensità!”, “Questo studio ha una porta!”, “Io ho i capelli biondi!”), ti rendi conto che Jill non sta facendo un piegamento che sia uno. Fanno tutto Gina, Pina e Dèboroh, i suoi assistenti. Lei gli va vicino e li incita, ma non si muove…anzi, le leggi negli occhi quella voglia unta di Burger King che probabilmente soddisferà alla fine della registrazione.
E quando tu starai digitando il numero di telefono di Media Shopping perché vuoi degli addominali bellissimi entro luglio, Jill starà ruttando la terza porzione di Onion Rings.

Come tutti i personaggi televisivi di bassa lega, adesso anche Jill ha scritto un libro. Del resto, lo fanno Vespa e Antonella Clerici (anche insieme, ma questi sono altri drammi, che ci riguardano meno), non v’è ragione per cui non lo faccia anche lei.
E quindi eccola, la nuova Bibbia del fitness: Il metodo ANTI-ANTA.

Il segreto dell'eterna giovinezza: il metodo ANTI-ANTA.

Lasciate perdere la ginnastica con le scope e i piegamenti sulle sedie: la partita per restare in forma e sempreggiovani si gioca tra gli sportelli della vostra cucina.
L’anta è un attrezzo pericoloso. Una folata di vento, un movimento inconsulto, e zac!, ci si apre in faccia lasciando indelebili rughe. O viceversa, si chiude all’improvviso su una mano, sul mignolino del piede, e zac!, dolore –> corrucciamento –> rughe.
Le ante sono le migliori amiche delle rughe. Nelle case americane si sta già provvedendo alla loro progressiva e sistematica eliminazione, in favore di più rilassanti cassettiere e sportelli scorrevoli. Avete mai visto armadi con le ante in Sex & the City? Pensateci.
E pensate a Jill Cooper. La notte, invece di cambiare canale, smontate le ante dei pensili della cucina e cominciate anche voi una nuova vita.
Felici, gggiovani e con la mobilia mutilata.

Volo in diretta – Il mistero dell’uomo senza pacman

Sul ritorno di Fabio Volo in tv si è creata subito grande attesa. E così come dove c’è Barilla c’è casa, dove c’è grande attesa ci sono le Telecomari.
In realtà avevamo un po’ paura della Grande Attesa. L’ultima Grande Attesa è stata per lo show di Panariello, e ancora dobbiamo svegliarci del tutto. Vi siete accorti che non ne abbiamo scritto? Non è stata distrazione: si tratta di incredula narcolessia, che puntuale ci coglie a ogni puntata. Panariello ci perdoni. Noi lui lo perdoniamo, in fondo. I suoi autori meno.

Ma torniamo a Volo in diretta. La prima puntata è preceduta da Chi l’ha visto, che non è il massimo, come traino: bisogna tenere conto anche di questo, in fase di lettura dei dati d’ascolto.
Per le Telecomari, invece, non fa differenza: noi guardiamo tutto, sempre, ovunque. Non esistono traini.
La puntata si apre con Fabio Volo che ha in braccio un neonato. Un neonato!
Un neonato vero, che – probabilmente resosi conto della sua situazione – piange come un disperato.
La cosa va avanti per un po’, finché Fabio Volo non decide che è abbastanza, e – sorridente e imbambolato come se il bambino fosse suo – lo consegna ad Anita Caprioli che, bontà sua, se lo porta via.

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Ora che il pupo è andato, via alle danze, via alla sigla e via alla musica (la band che suona dal vivo in studio sono gli A Toys Orchestra).
Fabio Volo parte con l’air guitar; deve aver studiato, il ragazzo: non si ferma più. Si agita come un pazzo e, nonostante questo, non suda. È in maniche di camicia (per di più scura), e non sono comparsi i pacman di sudore sotto le ascelle che chiunque si aspetterebbe a questo punto.
Il tono è colloquiale, parecchio. Ci tiene a farci sapere che è emozionato, ci tiene ad abbassare le aspettative (quali?). Si avvicina alla telecamera per stabilire un contatto con noi. Ecco, sì, basta, Fabio Volo: troppo vicino. Sembri un pesce, sembri.
No, Fabio Volo, non vogliamo vedere la tua pelata incipiente, grazie; ecco, allontanati dalla telecamera, lascia perdere la calvizie, e raccontaci qualcosa: intrattienici, facce ride!

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No, Fabio Volo, non vogliamo che ci spieghi cos’è l’articolo 18, alle 23.27 del giorno centrale della settimana. Così mi sparo, Fabio Volo. Se avessi voluto una cosa del genere, a quest’ora starei leggendo Il Sole 24 Ore, invece che guardare la tele.
Ma… un momento… dove diamine è finito? Sarà mica andato a pettinarsi? Non è che è sparito in camerino a fonarsi le ascelle (il che spiegherebbe perché non gli escono mai i pacman)?
Ah, eccolo qui! Fabio Volo si diverte a sbucare da punti diversi dello studio; gli piace molto l’aria da backstage. Gli piace così tanto che tutto il programma sembra un backstage, un’attesa di Godot. Un Godot che in questa trasposizione catodica sarebbe un conduttore vero, con uno show vero e tutto il resto.
Di elementi di spettacolo però ce ne sono. C’è un’intervista a Franco Battiato che merita di essere salvata, perché possiamo ascoltare anche l’audio dei pensieri di entrambi (pagheremmo per vederli in sala doppiaggio a registrare la voce dei propri pensieri, insieme). E perché Battiato, nei “suoi” pensieri ad alto volume, dà del pirla a Fabio Volo.
Non la solita intervista, insomma. Idea paracula, ma molto carina, lo ammettiamo.

Molto più che carino, invece, il momento in cui sulla scena torna Anita Caprioli, bellissima, vestita da Primavera, e recita una poesia di Alda Merini. E se ne va. Trasportata da un tapis roulant.
Lo stesso tapis roulant su cui poi Fabio Volo si dimenerà come un ossesso assieme ai suoi coreografi («Mi insegnano a ballare direttamente in onda»). E ancora non gli escono i pacman sotto le ascelle. In compenso, prenderà in giro il suo cameraman (nonché spalla in altri suoi programmi) per il fatto che – poverino – sudi come un Camoscio d’Oro lasciato fuori dal frigo nel mese di luglio.

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No, Fabio Volo, di nuovo: non ce ne frega davvero niente del fatto che stai perdendo i capelli, ti prego.
A mezzanotte si chiude, in linea con l’accresciuta pesantezza delle nostre palpebre.
Anche questo è positivo: non avere la pretesa che un one man show possa durare tre ore soltanto perché così si usa. 23.15/00.00: durata più che accettabile.
Anche per questa ragione lo salviamo. E poi, pensandoci, se Fabio Volo passa un po’ più di tempo in tv, magari la pianta di scrivere libri.

La strana coppia

Da qualche giorno nella nostra tv sta succedendo qualcosa di strano.
E anche nella vostra, sappiatelo.
Tutto è cominciato con un accordo editoriale tra Mediaset e il Gruppo 24 Ore, che decidono di trasmettere la radio in tv. Non è l’idea del secolo, ma funziona sempre.
TgCom24 ha iniziato così a mandare in onda uno dei programmi radiofonici di maggior successo presso una particolare fetta di pubblico: La Zanzara di Radio24, condotto da Giuseppe Cruciani (i calciofili lo conoscono in versione catodica anche in Controcampo) assieme a David Parenzo.
E qui inizia la parte strana.
Per lanciare questo simpatico ponte tra radio e tv, ogni giorno Barbara D’Urso – durante Pomeriggio Cinque – si collega in diretta con Cruciani.
Nemmeno noi sotto effetto di venti ciotole di hot rice della peggior sottomarca avremmo mai partorito un abbinamento simile.
Ma ci sta dando grandi, grandissime soddisfazioni.
All’inizio Barbara è un po’ impacciata: non ci sono le sue inviate, i suoi sottoposti, in collegamento. C’è un suo “collega”, per giunta maschio, per giunta parecchio paraculo.
Cruciani è uno che non le manda a dire, anzi: è il tipo che ti telefona apposta per venirtele a dire. Leggendarie le chiamate con esponenti di spicco del panorama politico italiano che molti di noi prenderebbero volentieri a cazzottoni, se non fosse così faticoso alzarsi dal divano. Per fortuna c’è Cruciani, irritante come il telefono che squilla appena ti infili sotto la doccia e instancabile come Jill Cooper.

Giuseppe Cruciani

Davanti a tutto questo, Barbara non sa come porsi. Sulle prime è una padrona di casa un po’ imbarazzata, di quelle che quando arrivi hanno solo dei wafer aperti due settimane fa e lo sanno che sono morbidi come dei Trudi, ma te li offrono comunque perché hanno solo quelli e non hanno proprio pensato di prendere due biscottini al panificio dabbasso.
Cruciani, invece, l’imbarazzo di quest’abbinamento degno di cozze e marmellata di visciole lo nasconde meglio. Perché, ricordiamolo, è un paraculo. È spavaldo, ma serissimo. Si vede che quei wafer mollicci gli vanno di traverso, ma ne trangugia tre per volta, per dimostrare che è uno stomaco forte e senza vizi.
Col passare dei giorni, però, Barbara si scioglie. Perché Cruciani, oltre a essere un paraculo, ne possiede anche il fascino. E Barbara sarà pure mamma-donna-giornalista-conduttrice, ma è soprattutto donna, mica è de legno. La gag della svenevole cinquantenne è stra-pianificata, ma lei sa benissimo che non c’era altro modo di sopravvivere a Cruciani, e soprattutto, si vede lontano un miglio che il ruolo le piace parecchio.

È vero, credetemi, è accaduto

E allora piano piano ci prova. Gli fa complimenti, gli dice “Te lo devo dire a nome di tutte le donne d’Italia: Cruciani, sei un gran gnocco“. Lui finge modestia. Malissimo, per altro.
Barbara si emoziona ogni volta che deve collegarsi con lo studio de La Zanzara, e invece Cruciani lo becchiamo al telefono, a leggere appunti, a scrivere messaggi, a parlare con gente che non compare nell’inquadratura. Ma Barbara aspetta, pensando “Con quella faccia lì, mi faccia aspettare quanto vuole”.
“Cruciani, ma tu sei single?”
“Io sì, sono sempre single.”
“Ah, ecco: perché noi ci dobbiamo fidanzare!”
“Non sapevo fossi single pure tu…”
“Io, singolissima! ”
“Ah. Vabbè, io devo ancora capire se mi piaci.”
Scene a cui non avremmo mai pensato di assistere. Una telenovela che ci appassiona molto più di Cristal, Topazio, Corazón de Diamante e qualsiasi altro cristallo ci siamo sorbiti dagli anni Ottanta a oggi.

N.d.T. Dedichiamo questa telecomarata al nostro lettore nascosto Dino Amenduni, che ci ha “presentato” Cruciani prima che diventasse il cocco di Barbara.
Amenduni, sappiamo che per te sapere di questa coppia nascente è un duro colpo, ma ci tenevamo a essere noi a darti questo dispiacere.

Mrs. Conclusion

Perché Sanremo è Sanremo? – Dalla, Carone, Arisa, Renga

Lucio Dalla è stato anche un attore. Forse non tutti sanno che, sotto quel pelo setoso come il manto di un orso della Majella, c’è un talento attoriale che abbiamo visto espresso troppo poco in questi anni. Rimane pertanto una perla ancora più rara l’IMMORTALE capolavoro Little Rita nel West, film del 1967 con Rita Pavone. Quale altra Rita poteva essere “Little”?
Come dite? Rita Dalla Chiesa? Rita Levi Montalcini? Va bene, Rita è un nome da tappette. Ma la Rita in questione è Rita Pavone, che nel film interpreta Little Rita, che affronta – con il coraggio e la grinta che solo vagonate di pappa col pomodoro possono dare – mille e mille avventure. Al suo fianco, lo straordinario Francis Fitzgerald Grawz, interpretato proprio da Lucio Dalla.

C’era pure Don Matteo, c’era

Pur travestito da western, trattasi sempre di musicarello e, come ogni musicarello che si rispetti, anche Little Rita è pieno di momenti musicali totalmente immotivati.

Pierdavide Carone. Pierchecosa? Caroché? Va bene, forse questo nome – così, di primo acchito – non vi dice molto. Riproviamo così:

Come se un giorno freddo in pieno inverno
nudi non avessimo poi tanto freddo perché
noi coperti sotto il mare a far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi in tutti i laghi in tutto il mondo
l’universo, l’universo, l’universo…

Erano i versi IMMORTALI cantati da Valerio Scanu al Festival di Sanremo 2010. Beh, signori, forse non tutti sanno che quei versi IMMORTALI sono stati scritti proprio da Pierdavide Carone.
Avete forato per anni le gomme sbagliate.

È stato lui, è stato Pierdavide, uscito pure lui dalla scuderia di Amici di Maria De Filippi, a scrivere gli IMMORTALI versi di contorsionismo amoroso; è stato lui a farci chiedere come diamine si possa fare l’amore in tutti laghi, essendo taluni di essi molto molto profondi. Coperti sotto il mare, per altro! Sfidando le leggi della fisica, della geografia e pure un poco della religione e dell’educazione fisica, anche se quella era una materia che non si filava mai nessuno (le Telecomari avevano il permesso scritto per saltare le ore di ginnastica e stare sul divano a guardare Rosanna Fratello su RaiDue).
È stato lui a ignorare bellamente la metrica del verso in “copertisottoilmare” e a riempire il finale dell’inciso con “l’universo… l’universo l’universo”, un po’ come i na-na-ee-ee-ee di Vasco.
Ma almeno con una parola di senso compiuto, questo va detto, in difesa del povero Pierda.
Ma egli è un cantautore, e ci vuole consegnare quanti più versi IMMORTALI possibile. Come quelli de La ballata dell’ospedale, della quale vi proponiamo un sunto.

L’inciso dice: Questo è l’ospedale, c’è chi scende e c’è chi sale
ma questo discorso no, per me non vale 
Perchè quando entrai, la speranza persi ormai
 da qui non si esce mai… insomma, lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. Noi un po’ di speranza la riponiamo nel fatto che quest’anno Pierdavide la canzone l’ha scritta con Lucio Dalla.

Una consapevole Arisa a Sanremo 2009

Arisa.
Vero nome: Rosalba Pippa.
Per noi può bastare.

Quella di Francesco Renga è una parabola. Non nel senso di racconto metaforico con annesso predicozzo, ma proprio nel senso grafico del termine. Scegliete voi se trattasi di parabola ascendente o discendente.

Francesco Renga. Sì, siamo sicuri.

C’era una volta un ragazzo rude, grintoso, pieno di capelli e di gioielli a casaccio; un ragazzo che cantava in una band, che girava l’Italia in concerti pieni di fan adoranti e che – testimoniano fonti più che vicine al nostro divano – in ogni città si informavano sulla fauna locale. “Come sono le donne, qui?”. C’era un ragazzo (ci si passi la citazione morandiana: se non ora, quando?) che una sera, alla fine di un concerto, non aiutò i suoi colleghi a smontare la strumentazione per liberare il palco (mica sono tutti come Lady Gaga, che ha pure chi le mangia le pellicine e chi gliele sputa via; sono due distinte professionalità, sì). Questo ragazzo non era svogliato o presuntuoso: si era “semplicemente” beccato una coltellata in un pub un paio di sere prima del concerto. Dicono fonti più che vicine al nostro divano.

Francesco Renga Pro (con Ambra Angiolini).

E dopo qualche anno c’era un altro ragazzo, che diceva di chiamarsi pure lui Francesco Renga. Era ancora grintoso, ma molto meno rude, sorrideva molto di più e si era tolto una decina di kg di capelli.  Questo ragazzo adesso cantava per conto suo. Non s’informava nemmeno più sulla fauna locale, essendosi accaparrato un esemplare di fauna da molti parecchio apprezzato quale Ambra Angiolini. C’era un ragazzo che una sera, a Sanremo, dove non solo non devi liberare il palco da solo, ma di mettono pure la ics per dirti dove ti devi piazzare a cantare, c’era un ragazzo – dicevamo – che una sera, a Sanremo, salì sul palco per cantare “Angelo, prenditi cura di lei…”, e quei versi erano dedicati alla figlia, e non alla sua ulcera accoltellata.
Come cambiano le cose.

Oh, a proposito di cambiare! Tra poco si comincia: iniziamo a darci una sistemata.
Anche se siamo sul divano di casa, è pur sempre Sanremo. Via con le ciabatte della festa.