Perché Sanremo è Sanremo? – Capo

Puntuale e allo stesso tempo imprevedibile, come il carnevale, una nevicata, o il nuovo marito di Brooke, arriva anche nel 2013 l’eterna domanda senza risposta: perché Sanremo è Sanremo? 

Quest’anno, a differenza dello scorso, abbiamo deciso di raccontarvene l’inizio (con relative aspettative delle telecomari) e la fine (quando tireremo anche le somme di quel che c’è stato in mezzo). In un festival che sembra senza capo né coda, il capo e la coda almeno ve li raccontiamo noi.

Si inizia con le voci fuori campo che non possono fare a meno di fare cenni alla politica – della quale, in teoria, non si può parlare, salvo parlare fino allo sfinimento (nostro) del fatto che non se ne possa parlare – più o meno come Luciana Littizzetto per tutta la sera non potrà fare a meno delle sue battute basate sui consueti giochi di tette-culo-walter-iolanda. Apprenderemo poi, dai titoli di coda, che ci sono ben tre autori dietro le sue uscite. Probabilmente un autore per “tette”, uno per “culo” e l’altro per varie ed eventuali, “cacca” incluso.
Sempre proposito della Littizzetto, le va però dato atto di aver fatto un’entrata diversa dal solito: è arrivata in carrozza, come una mozzarella; ma vestita benissimo e con il miglior sorriso d’ordinanza, sfoderando un ottimo saluto regale con la mano a cuppetiéllo.
Ma l’epic fail è dietro l’angolo, e abbiamo subito la conferma che ci troviamo di fronte alla testimonial in incognito di scarpedemmerda. Quando dei tacchi veri, Luciana? Quando delle scarpe che non mortifichino il tuo corpicino minuto e proporzionato? Ecco il primo mistero del Festival.

Un altro mistero è il regolamento di quest’anno. Come sempre, criptico come un discorso di Aldo Biscardi al contrario. Quest’anno si portano in gara due canzoni, una delle quali viene immediatamente eliminata, così che l’artista prosegua la gara con la canzone scelta col televoto. E l’altra canzone? Si butta? Così, dopo tre minuti di gloria? E la crisi? E la sobrietà? E la spending reviù? Ogni volta l’artista canta due canzoni, poi si televota, e poi un superospite arriva ad annunciare quale canzone prosegue la gara. Per questo scopo sono stati raccolti da un secchio i più disparati personaggi della televisione e del cinema e dello sport e della caccia e pesca italiani. Da Flavia Pennetta a Ilaria D’Amico (splendida, splendida sgnacchera con tanto di cervello), passando per Valeria Bilello (eh?) e sportivi raccolti a campione all’uscita delle palestre. Dal portiere della nazionale di pallanuoto al portiere del palazzo dove abita mia zia.
Ma torniamo a parlare di musica, di queste canzoni sprecate e salvate, e canzoni salvate che forse era il caso di sprecare.
Chi vogliamo prendere in giro: Sanremo non è più la festa della musica da anni. Dunque abbiamo deciso di decretare i nostri vincitori in base a criteri del tutto arbitrari come gli abiti che indossano, o meglio – come insegna Carla Gozzi – i loro outfit.

Pertanto, questo festival Simona Molinari non lo vince. Innanzitutto perdonaci, Simona Molinari, se prima di stasera non ti avevamo mai sentito nominare. Sei carina, solare, fresca, spari degli acuti che ci hai fatto tremare i vetri di casa, Simona Molinari, però il fatto di esserti vestita da palla dell’albero di Natale pregiudica la tua corsa alla vittoria del festivallo.

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‘Tis the season to be jolly: fa la la, lalà, lalà, la la

Potremmo premiare Daniele Silvestri, che ha centrato la mise perfetta che ogni uomo dovrebbe avere nel suo armadio per decreto ministeriale.

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Un mondo migliore è possibile

Ma purtroppo anche la figaggine di un completo casual con cravatta sottile e bretelle viene incenerita da un fascio di potentissima luce. Luce fucsia, per l’esattezza. Maria Nazionale non delude mai, figuriamoci a Sanremo. Di quello che canta non abbiamo capito niente, un po’ per le frequenze alte (però i cani li vedevamo belli presi) e un po’ per quel suo peculiare modo di articolare le parole; però al suo travestimento da Barbie Milf non possiamo resistere. La vittoria, per noi, è sua.

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Maria Nazionale: Un po’ Barbie milf, un po’ Big Babolessa. Splendida

Chi perde, invece, è la polemica a tutti i costi e quelli che le prestano la faccia. Sì, stiamo parlando delle contestazioni durante l’esibizione di Maurizio Crozza in versione B.
La storia ci insegna che queste spesso sono cose orchestrate dall’interno (e se non si orchestra a Sanremo, allora dove?). Ma in entrambi i casi, è preoccupante. Perché se è vero, è vergognoso che in un Paese cosiddetto civile non si possa più fare satira come si deve. Se invece è stato tutto preparato a tavolino, è vergognoso che un Paese cosiddetto civile usi come finto pretesto per la rissa delle forme selvagge di censura sapendo di risultare credibile all’esterno. Sapendo che la gente una cosa così la trova del tutto possibile, non sospetta che te la stia inventando per alzare lo share. Quindi, su questa cosa di Crozza, cala pesante in ogni caso la scure del nostro scontento.
Per fortuna un salvatore c’è. Salvatore Cutugno, per la precisione. Detto Toto. Abbiamo speso un sacco di soldi per i conduttori, per la scenografia sponsorizzata dalla Federazione Nazionale dei Produttori di Iuta, con un discorso di pezze stracciate appese e scale che escono fuori all’improvviso dal nulla. Quindi per i superospiti non rimane granché. Ma Toto Cutugno ci ha tenuti svegli. Svegli e con gli occhi sgranati. Svegli e con gli occhi sgranati e la bocca aperta.

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È vero, credetemi, è accaduto

Non avremmo mai pensato di scrivere una frase come questa, ma Toto Cutugno si è esibito con il coro dell’Armata Rossa. Ci piacerebbe saper trovare le parole adatte a raccontare questo evento storico della televisione mondiale, ma siamo certi che nemmeno lo scrittore più bravo di sempre ci riuscirebbe, figuriamoci noi.
Perciò, così, percosse e attonite, ci aiutiamo con le immagini. Voi aiutatevi con dei sali.

Noi lasciamo andare il baraccone ancora un po’. Ci risentiamo dopo la finale. Intanto c’è Al Bano.

Ms. Conclusion

Perché Sanremo è Sanremo? – Dalla, Carone, Arisa, Renga

Lucio Dalla è stato anche un attore. Forse non tutti sanno che, sotto quel pelo setoso come il manto di un orso della Majella, c’è un talento attoriale che abbiamo visto espresso troppo poco in questi anni. Rimane pertanto una perla ancora più rara l’IMMORTALE capolavoro Little Rita nel West, film del 1967 con Rita Pavone. Quale altra Rita poteva essere “Little”?
Come dite? Rita Dalla Chiesa? Rita Levi Montalcini? Va bene, Rita è un nome da tappette. Ma la Rita in questione è Rita Pavone, che nel film interpreta Little Rita, che affronta – con il coraggio e la grinta che solo vagonate di pappa col pomodoro possono dare – mille e mille avventure. Al suo fianco, lo straordinario Francis Fitzgerald Grawz, interpretato proprio da Lucio Dalla.

C’era pure Don Matteo, c’era

Pur travestito da western, trattasi sempre di musicarello e, come ogni musicarello che si rispetti, anche Little Rita è pieno di momenti musicali totalmente immotivati.

Pierdavide Carone. Pierchecosa? Caroché? Va bene, forse questo nome – così, di primo acchito – non vi dice molto. Riproviamo così:

Come se un giorno freddo in pieno inverno
nudi non avessimo poi tanto freddo perché
noi coperti sotto il mare a far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi in tutti i laghi in tutto il mondo
l’universo, l’universo, l’universo…

Erano i versi IMMORTALI cantati da Valerio Scanu al Festival di Sanremo 2010. Beh, signori, forse non tutti sanno che quei versi IMMORTALI sono stati scritti proprio da Pierdavide Carone.
Avete forato per anni le gomme sbagliate.

È stato lui, è stato Pierdavide, uscito pure lui dalla scuderia di Amici di Maria De Filippi, a scrivere gli IMMORTALI versi di contorsionismo amoroso; è stato lui a farci chiedere come diamine si possa fare l’amore in tutti laghi, essendo taluni di essi molto molto profondi. Coperti sotto il mare, per altro! Sfidando le leggi della fisica, della geografia e pure un poco della religione e dell’educazione fisica, anche se quella era una materia che non si filava mai nessuno (le Telecomari avevano il permesso scritto per saltare le ore di ginnastica e stare sul divano a guardare Rosanna Fratello su RaiDue).
È stato lui a ignorare bellamente la metrica del verso in “copertisottoilmare” e a riempire il finale dell’inciso con “l’universo… l’universo l’universo”, un po’ come i na-na-ee-ee-ee di Vasco.
Ma almeno con una parola di senso compiuto, questo va detto, in difesa del povero Pierda.
Ma egli è un cantautore, e ci vuole consegnare quanti più versi IMMORTALI possibile. Come quelli de La ballata dell’ospedale, della quale vi proponiamo un sunto.

L’inciso dice: Questo è l’ospedale, c’è chi scende e c’è chi sale
ma questo discorso no, per me non vale 
Perchè quando entrai, la speranza persi ormai
 da qui non si esce mai… insomma, lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. Noi un po’ di speranza la riponiamo nel fatto che quest’anno Pierdavide la canzone l’ha scritta con Lucio Dalla.

Una consapevole Arisa a Sanremo 2009

Arisa.
Vero nome: Rosalba Pippa.
Per noi può bastare.

Quella di Francesco Renga è una parabola. Non nel senso di racconto metaforico con annesso predicozzo, ma proprio nel senso grafico del termine. Scegliete voi se trattasi di parabola ascendente o discendente.

Francesco Renga. Sì, siamo sicuri.

C’era una volta un ragazzo rude, grintoso, pieno di capelli e di gioielli a casaccio; un ragazzo che cantava in una band, che girava l’Italia in concerti pieni di fan adoranti e che – testimoniano fonti più che vicine al nostro divano – in ogni città si informavano sulla fauna locale. “Come sono le donne, qui?”. C’era un ragazzo (ci si passi la citazione morandiana: se non ora, quando?) che una sera, alla fine di un concerto, non aiutò i suoi colleghi a smontare la strumentazione per liberare il palco (mica sono tutti come Lady Gaga, che ha pure chi le mangia le pellicine e chi gliele sputa via; sono due distinte professionalità, sì). Questo ragazzo non era svogliato o presuntuoso: si era “semplicemente” beccato una coltellata in un pub un paio di sere prima del concerto. Dicono fonti più che vicine al nostro divano.

Francesco Renga Pro (con Ambra Angiolini).

E dopo qualche anno c’era un altro ragazzo, che diceva di chiamarsi pure lui Francesco Renga. Era ancora grintoso, ma molto meno rude, sorrideva molto di più e si era tolto una decina di kg di capelli.  Questo ragazzo adesso cantava per conto suo. Non s’informava nemmeno più sulla fauna locale, essendosi accaparrato un esemplare di fauna da molti parecchio apprezzato quale Ambra Angiolini. C’era un ragazzo che una sera, a Sanremo, dove non solo non devi liberare il palco da solo, ma di mettono pure la ics per dirti dove ti devi piazzare a cantare, c’era un ragazzo – dicevamo – che una sera, a Sanremo, salì sul palco per cantare “Angelo, prenditi cura di lei…”, e quei versi erano dedicati alla figlia, e non alla sua ulcera accoltellata.
Come cambiano le cose.

Oh, a proposito di cambiare! Tra poco si comincia: iniziamo a darci una sistemata.
Anche se siamo sul divano di casa, è pur sempre Sanremo. Via con le ciabatte della festa.

Perché Sanremo è Sanremo? – Matia Bazar, Eugenio Finardi, Marlene Kuntz

I Matia Bazar sono evidentemente una setta satanica a sfondo sessuale. Non si spiega diversamente l’impressionante turnazione di voci femminili nella loro lunga e più o meno gloriosa carriera, dall’inarrivabile Antonella “spacca-cristalli” Ruggiero, prima e sempre rimpianta voce dei Matia (i cui acuti sanremesi hanno scombinato l’ecosistema marino della riviera ligure richiamando nel Tirreno balene e delfini da tutto il mondo), a Laura Valente, compagna e poi moglie di Mango, quindi già vittima di pesanti torture musical-psicologiche, fino a Silvia Mezzanotte, rimpiazzata da Roberta Faccani giusto per il tempo necessario a produrre un obbrobrioso album doppio, e poi subito richiamata in forze in tempo per un nuovo Sanremo, il dodicesimo dal loro esordio all’Ariston nel 1977.

I Matia Bazar cambiano le cantanti ma non lo sfondo delle foto

Ma prima di questo turbillon di voci femminili, prima di quel Sanremo 1977, prima addirittura di Antonella Ruggiero, i Matia Bazar erano già stati al Festival sotto mentite spoglie. Si chiamavano J.E.T., facevano una specie di rock progressivo a sfondo social-religioso, una sorta di christian prog ante litteram, e gareggiavano al Festival con l’indimenticato successo Anika na-o. Correva l’anno 1973.

Quello stesso anno, i J.E.T. conosceranno Giancarlo Golzi, batterista in un altro gruppo progressive di dubbio gusto, i Museo Rosenbach, e insieme alla Ruggiero diventeranno Matia Bazar. Insomma, anche dal letame nascono i fior.

Eugenio Finardi è una persona tutto sommato seria, un cantautore con una carriera solida e pochi lati oscuri. “Pochi”, abbiamo detto, non “nessuno”; perché, ci duole ammetterlo, anche lui ha un paio di scheletri nell’armadio.
Forse non tutti sanno che il suo esordio discografico, infatti, è avvenuto a soli nove anni, quando interpretò con l’affettuoso nomignolo di “Gegè” l’innovativa Palloncino rosso fuoco. Inquietante come poche cose al mondo, è infatti stata con tutta evidenza l’ispirazione per le colonne sonore di svariati film di Dario Argento.

Va bene, va bene, all’epoca Finardi era solo un bambino talentuoso che obbediva a mamma e papà… Ma cosa dite, invece, di quel terribile Sanremo 1999, a cui Gegè si presentò cantando Amami Lara, una delle più vergognose canzoni della sua carriera, dedicata (ahinoi) non alla protagonista del dottor Zivago ma all’eroina di Tomb Raider Lara Croft? Non era meglio se piuttosto ci ricantava Palloncino rosso fuoco?

Amami, LaraAmami, Lara

Come se non bastasse, erano gli anni di Ciro – il figlio di Target, programma cult che qualunque telecomare degna di questo nome ricorda, in cui Sabrina Impacciatore interpretava appunto una caricatura della spastica Lara Croft. Potete immaginare com’è andata a finire: Finardi che canta nello scenario sagomato del videogioco, inseguendo un’atterrita Impacciatore al grido di “Amami, amami, Lara!”.
Purtroppo (o per fortuna) non abbiamo testimonianze video dell’evento, ma per fortuna (o purtroppo) ce lo ricordiamo benissimo.

E veniamo ai Marlene Kuntz. I più li conoscono in versione romantica, nel duetto con Skin. I gggiovani li ricordano nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, film culto (tratto dall’omonimo romanzo culto di Enrico Brizzi) nonostante le dimenticabilissime interpretazioni monocordi di Stefano Accorsi e Violante Placido. I nostalgici li amano dagli esordi, quando erano il prototipo dei musicisti cinici e incazzati che le mamme etichettano genericamente come “drogati” (forse neanche a torto, visto il fisique du role di Cristiano Godano).

interpreti di una generazione

In qualunque versione, per i Marlene fatichiamo a trovare qualcosa di indegno nel loro passato, perché hanno hanno sempre mantenuto una loro coerenza nel loro essere fondamentalmente rotti di cazzo del mondo. Anzi, a dire il vero la cosa più indegna della loro carriera potrebbe essere proprio la partecipazione a questo Sanremo: grandi outsider come lo furono al tempo loro i Subsonica, non ci spieghiamo cosa ci vadano a fare all’Ariston, ma speriamo che non replichino la loro stessa fine, toccando col Festival l’apice di una parabola musicale che definire discendente sarebbe un eufemismo.

L’inconfondibile cifra stilistica dei Marlene Kuntz: la joie de vivre

Di certo con l’età i Marlene si sono ammosciati e sicuramente non spaccheranno le chitarre sul palco; ma la loro esibizione rischia davvero di essere uno dei rari momenti di buona musica di questa edizione, specie nel preannunciato duetto di giovedì con Patti Smith. Ma naturalmente aspettiamo di vederlo e ascoltarlo, prima di tirare un sospiro di sollievo.

Perché Sanremo è Sanremo? – Berté, D’Alessio, Fornaciari (Irene)

Telecomarare di Loredana Berté può sembrare veramente troppo facile: artista poliedrica e trasgressiva, nella sua carriera ne ha combinate davvero di ogni, in particolare sul palco dell’Ariston.

Gravidanze indesiderate con 25 anni di ritardo

Il suo rapporto di odio e amore col Festival si apre nel 1986 con la celeberrima apparizione in pancione finto (recentemente copiato da Lady Gaga) e si chiude con lo sfacelo del 2008, quando darà completamente i numeri in diretta, vantandosi, tra le altre cose, di aver completato la sua bizzarra mise di scena la notte stessa, cucendosi nel cappuccio una federa dell’albergo (saltate al minuto 5:43, se volete risparmiarvi la canzone e le farneticazioni extra).

Sappiamo tutti com’è poi andata a finire: Loredana è stata squalificata, e per evitare che desse di matto del tutto è stata premiata con un’onorificenza istituita appositamente per lei dalla città di Sanremo. In mezzo, un altro paio di momenti davvero imbarazzanti, tra cui ci è d’obbligo ricordare l’agghiacciante progetto Loredasia, tre pezzi con videoclip annessi in collaborazione con Asia “recupero-esseri-umani-in-disfacimento-per-dargli-il-colpo-di-grazia” Argento.
Questo con D’Alessio è il suo rientro a Sanremo dopo quattro anni d’assenza, e la sua decima apparizione sul palco del Festival. Le indiscrezioni la dicono insolitamente quieta e ragionevole. L’avranno sedata.

Gigi D’Alessio (si scrive con una “g”, ma si pronuncia con due) ha dei trascorsi notevoli, telecomaramente parlando. Ci ha dato soddisfazione addirittura con un film, Annare’, uscito nel 1998.

La soberrima locandina del film Annare’

Ebbene sì: Gigi aveva questa fissa del nome “Anna” da un bel po’ prima di incontrare la Tatangelo. O forse ha deciso di accasarsi con lei proprio perché aveva uno stock di canzoni già intestate a nome suo (Anna si sposa, Annare’ e ‘O posto d’Annare’).
Mistero del Vesuvio.
Ma, non potendo mostrarvi tutto il film, ve ne mostriamo l’essenza. Il fondamentale videoclip portante: Anna si sposa.

Vi riportiamo la storia; i corsivi sono verbo di Gigi, più o meno tradotto e interpretato. Il resto, comprese le ndt (Nota delle Telecomari) è nostro.
(Nota: Ci siamo lasciati andare a qualche piccola licenza linguistica di napoletanismo.)

Anna si sposa, me l’ha detto uno serio che non mi prenderebbe mai in giro.
Anna si sposa, tiene già la casa, alla faccia mia e pure vostra, che non sapete come arrivare a metà mese, figuriamoci a un mutuo. Chissà come ha fatto a dimenticarmi, se fin’a mo’ piangeva come un ospite di C’è posta per te.

Vediamo Gigi alle prese con qualcosa di più grande di lui: il telefono. L’effetto è lo stesso di quando Nino D’Angelo prendeva in mano i ricevitori per le sue straordinarie serenate in teleselezione; dev’essere una distorsione prospettica che affligge tutti i cantanti napoletani.

Nino D’Angelo in amorosa interurbana e un cantante nazi-napoletano in incognito

Sta provando a mandare un avvertimento ad Anna. La chiama per dirle di non scherzare coi Santi. Anzi, col Titolare dell’Esercizio: Gesù in persona (più o meno in persona).

Anna, se davvero ti sposi in chiesa con un altro, fai fesso a Gesù. Non dimenticare quante volte abbiamo pregato insieme, tu ed io. E tu hai il coraggio di tornare in chiesa per mentire, (baldracca, ndt)? Gesù si incazzerà moltissimo, andrai all’inferno e manco nella vita eterna ci potremo vedere (brutta cretina, ndt).
Quindi, cerca di tenere questa cosa per te, non mettere in mezzo Gesù.

Una breve pausa di parlato, degno di Piange il telefono. Con la bambina sfruttata per biechi fini sentimental-religiosi: un classico.
Ma riparte lo stalking l’inseguimento la disperata passeggiata di Gigi sulle tracce di Anna per tutta la città, mentre lei sbriga tutte le commissioni, fregandosene del fatto che Gesù poi si incazza e la manda all’inferno.
Si va verso un finale più intenso dell’ultima puntata di Non è la Rai.
Ancora un parlato, stavolta in rima: Salvatore Di Giacomo si sta rivoltando nella tomba più veloce delle fruste del Bimby per montare gli albumi a neve.
Un intenso sguardo d’intesa tra Gigi e il Crist’in croce: è difficile individuare il più sofferente e legnoso tra i due.
E Gigi, infine, stremato (anche noi, Gigi) si chiede se magari anche lui non avrebbe diritto a un finale come quello de Il Laureato.
Te lo diciamo noi, Giggi: no. Perché tu non sei Dustin Hoffman e Maria Monsè non è Katharine Ross.

Trova le dieci piccole differenze

Il Festival di Sanremo è pur sempre una manifestazione italiana, e i “figli di” non possono mancare. Irene Fornaciari ne è un classico esempio. Figlia di Zucchero Fornaciari, fa il suo esordio nell’album Bluesugar del padre, traduce i testi della colonna sonora di Spirit che verrà cantata dal padre, apre come supporter due tour del padre. Anche il suo esordio sanremese è benedetto dalla mano paterna: in gara nel 2009 nella sezione Nuove Proposte, nella serata dei duetti Irene viene affiancata dai Sorapis, estemporaneo quanto strampalato progetto di gioventù, indovinate un po’ di chi?, del padre. Insieme a Dodi Battaglia, Maurizio Vandelli e Fio Zanotti.

L’anno dopo, per restare fedele alla tradizione, Irene parteciperà di nuovo al Festival, stavolta entrando nella categoria Big grazie all’accoppiata con i Nomadi, che sono manco a dirlo amici del padre. Nonostante i sonori calcinculo del padre, Irene non ha mai raggiunto una vera notorietà, e la sua presenza tra i Big del Festival anche quest’anno si annovera per noi tra i grandi misteri della tele.
Peccato, perché alla ragazza la voce non manca. Sarà colpa del padre troppo ingombrante?

Perché Sanremo è Sanremo? – Emma, Noemi, Chiara Civello

Continuiamo a conoscere gli artisti di Sanremo 2012.

Emma Marrone, che ha inspiegabilmente scelto di togliere il Marrone dal suo nome d’arte, era in tv già nel 2003. All’epoca, infatti, su Italia1 c’era Superstar Tour, una specie di reality-talent condotto da Daniele Nuovetendenze Bossari. L’obiettivo era quello, nemmeno tanto nuovo, di creare una band a tavolino. Nascono così le Lucky Star: Laura Pisu, Colomba Pane ed Emma (Marrone).
Il look della cantante salentina era totalmente diverso da quello attuale. Aiutiamoci subito con un contributo video della hit delle Lucky Star: Stile.

Sì, questa era la hit. Abbiate pazienza.
Sculettanti, ammiccanti, truccate come si confà a una figlia degli Anni Ottanta, ovvero più o meno come Marge Simpson col fucile sparatrucco.

Immagine esplicativa delle sessioni di trucco delle Lucky Star

Stile ne aveva, eh, ma niente di più lontano dalla ragazza aggressiva col cuore tenero approdata ad Amici di Maria de Filippi (ha vinto la nona edizione), diventata poi idolo delle folle e ragazza che ci tiene a dimostrare di avere una testa sua (l’abbiamo vista in evidente imbarazzo ospite da Alfonso Signorini in una surreale prima puntata di Kalispéra).

Un caro saluto al lookmaker di Emma

Ma torniamo ancora al video di Stile. Vediamo immagini di (fintissimo) backstage, perché ’ste ragazze stavano lì a provare e riprovare finché il pezzo non è venuto come si deve. Dormendo in sala prove, ripetendo mille volte il ritornello, indossando tute improponibili: insomma, un acconto sull’avventura defilippiana vissuta qualche anno dopo dalla povera Emma.

Noemi, un’altra uscita da un talent, ma con meno scheletri nell’armadio rispetto ad Emma. Almeno Noemi non ha avuto una girlband che ha evitato di menzionare in qualsiasi intervista una volta avuto successo. Noemi l’abbiamo conosciuta come la cantante fricchettona, allegra, un po’ ragazzaccio, della seconda edizione di X Factor.
Con gli anni, Noemi ha imparato a pettinarsi, truccarsi (o a star ferma mentre altri lo fanno al posto suo) e indossare le scarpe: così adesso sembra proprio un clone gggiovane di Fiorella Mannoia (con cui peraltro ha duettato).

Un caro saluto al lookmaker di Noemi

A dire la verità, le Telecomari uno scheletro piccolo piccolo nell’armadio della bella Noemi l’hanno trovato, ma è lei stessa a vantarsene: pare che, quando aveva pochissimi mesi, fu ingaggiata per uno spot dei pannolini Pampers. Lei non ricorda granché di questa esperienza: forse è per questo che se ne vanta in giro.
Dopo i pannolini e prima di X Factor, però, l’abbiamo scovata in questo video di Pier Cortese.
Chi?

Esatto. Però ci sono pure Alessandro Cattelan, gli Zero Assoluto, Eleonora Giorgi, Lucilla Agosti, Valeria Bilello, Camila Raznovich, Gabriele Cirilli, Andrea Pinketts, e altri.
Almeno uno tra tutti questi lo riconoscerete, su.


Chiara Civello partecipa a Sanremo perché non ha guadagnato una lira dal brano che porta. Messa così, non è proprio una cosa di buon auspicio, ma tant’è. Al posto del mondo l’aveva già presentato alle selezioni di Sanremo Giovani nel 2010, ma non ce l’aveva fatta.

Un caro saluto al piastrellista di Chiara Civello

E siccome “non ha avuto riscontro economico” dalla canzone (leggi “non ci ha tirato su nemmeno un soldino delle merendine omonime”), il regolamento prevede che possa ripresentarla quest’anno. Daje, Chiara.
Molti in Italia non la conoscono, perché ha vissuto e lavorato soprattutto all’estero: a Boston, col gotha del jazz.
Ma se siete avidi consumatori di telenovele brasiliane, e non vediamo per quale ragione tutti voi non dovreste esserlo, riconoscerete la sua voce insieme a quella di Ana Carolina nella sigla di Passione, di cui vi mostriamo lo strabiliante sito web. Occhio al malandro italiano, ovvero – ça va sans dire – la canaglia di turno.

Perché Sanremo è Sanremo? – Nina Zilli, Samuele Bersani, Dolcenera

Vi ricordate? Avevamo promesso che avremmo seguito Sanremo. Avevamo promesso che avremmo scavato nel torbido delle già torbide carriere dei Big di quest’anno. Bene, le Telecomari mantengono promesse come i governi le disattendono.
Ecco a voi la prima terna di Big: Nina Zilli, Samuele Bersani e Dolcenera, ovvero i ggiovani non più ggiovani.

Prima di diventare la sofisticata signorinella che noi tutti conosciamo, Nina Zilli era Maria Chiara Fraschetta, carismatica leader in dreadlocks e gonnoni lunghi di Chiara&gli Scuri, con l’indimenticabile hit Tutti al Mare.

Una diapositiva esemplificativa della mutazione genetica di Nina Zilli

Correva il lontano 2001, e bisogna dirlo: la Nina era figa anche allora, senza la patina della signora garbata e con il 50 per cento di morbidezza in più. Una figaggine che evidentemente non passava inosservata, nonostante i tutoni sformati e le scarpe da ginnastica, se Red Ronnie decise di scegliersela come valletta per l’ultima edizione di Roxy Bar.

Non esistono molte prove in giro di questa fase della carriera di Nina, ma le Telecomari sono riuscite a scovarle per voi. Negli ultimi minuti del video che segue potrete osservare una giovanissima Zilli in versione casalinga di Voghera mentre saluta Ike Willis, dando peraltro dimostrazione del suo ottimo inglese.

(N.B.: partendo dal min. 6.23 potrete risparmiarvi l’ascolto di tutto il pezzo di Frank Zappa, che a orecchie poco avvezze potrebbe suonare più o meno come una supercazzola sonora.)

Samuele Bersani parteciperà al Festival con Un pallone. Ha raccontato a «Repubblica» che l’idea è partita vedendo un cane felice del suo pallone bucato. Deve averci proprio una passione per le cose bucate, Samuele Bersani. Tralasciando il fatto che il suo primo successo è stato Chicco e Spillo, che parlava proprio di due che di buchi se ne facevano parecchi, anche il suo look trasmetteva quell’aria di buco… nel maglione.
Magari i suoi maglioni erano nuovi e comprati apposta per le varie ospitate televisive, ma lo nascondevano benissimo.

Doppio nascondismo (del buon gusto e di Bersani)

Però lui anche così aveva il suo fascino. Faccia pulita e maglione infeltrito. O magari eravamo noi troppo giovani e piene di ormoni, e avremmo trovato affascinante anche una chiave a brugola.

Dolcenera è una canzone di Fabrizio De André. Ma è anche il nome d’arte di Emanuela Trane, che ha pensato bene che scegliendo come nome d’arte “Manu” dopo due settimane non se ne sarebbe ricordato nessuno. E invece è ancora qui. Dolcenera ha già sbancato il Festival, vincendo nella sezione “Proposte” nel 2003. Ci è tornata nel 2006, ma è arrivata seconda.
Ma mettiamo da parte la musica: stiamo parlando di Sanremo, dopotutto. Puntando evidentemente a scalzare la Consoli dal suo trono di icona lesbo per eccellenza, negli anni Dolcenera ci ha disorientati con repentini e radicali cambi d’immagine. Una chiara evoluzione da ragazzetta pulita e un po’ anonima, a ribelle spettinata e arrabbiata di default, fino alla repentina virata verso la femme fatale (per dirla con un eufemismo).

Dolcenera acqua e sapone, intrisa di joie de vivre e come mamma l’ha fatta

Facendo anche a lei il nostro più sentito in bocca al lupo per questa edizione del Festival, le diamo due piccoli consigli. Prima di tutto: mangia, sei troppo magra. E poi, quando ti chiedono di fare “er saluto”, non ci cascare e muovila, quella mano. Muovila.

Perché Sanremo è Sanremo?

Ve l’avevamo promesso, che avremmo seguito Sanremo.
Così ci siamo incollati al divano e al computer e ci siamo messi a studiare, alla ricerca della risposta alla domanda ontologica fondamentale: “Perché Sanremo è Sanremo?”.

Cominciamo dagli aggiornamenti. Alcune cose sono cambiate dall’ultima volta che abbiamo parlato del Festival. Tipo che adesso Tamara Ecclestone non c’è più. Troppi capricci e cachet troppo alto, pare. Un po’ come Celentano, che però invece pare che al Festival ci sarà.

La Babele sanremese che ci attende

E a proposito di Celentano, l’ultima novità dal Molleggiato è che si vorrebbe portare sul palco dell’Ariston nientemeno che Beppe Grillo. Il motivo, francamente, ci sfugge. Forse Grillo fa parte del piano di beneficenza con cui Celentano vuole devolvere il suo compenso?
Di certo il suo genovese biascicato non faciliterà le già labili comunicazioni in quella che si preannuncia come l’edizione più incomprensibile della storia della musica italiana, tra modelle che non parlano italiano, presentatori che non parlano inglese e cantautori che l’inglese se lo inventano. Giusto per celebrare l’Italia nel mondo.

Ma, vi dicevamo, per prepararsi al meglio ad affrontare quello che ci aspetta, le Telecomari si sono messe a studiare.
Il cuore di una gara canora sono, appunto, i cantanti, e allora: chi sono i cantanti in gara? Ognuno di loro nasconde torbidi segreti nel proprio passato.

E noi, in attesa dell’inizio del Festival, ve li racconteremo.
Stay tuned.
Burma!